• L’ETA’ DELLO SMARRIMENTO

    Pubblichiamo la recensione di FEDERICO CHICCHI al libro di CHRISTOPHER BOLLAS L’età dello smarrimento. Senso e malinconia (Raffaello Cortina, Milano 2018).
    La recensione è apparsa il 19.12.2018 su
    Doppio Zero che ringraziamo.
    Per il rinvio al blog:
    https://www.doppiozero.com/materiali/leta-dello-smarrimento-senso-e-malinconia?fbclid=IwAR0hEzSPVMdFOFInopz-OihXszOY1N01PLPCjfa6hobVMyNGE1RxtRP7c4A


    Ha già fatto parlare di sé questo libro di Christopher Bollas dedicato allo “smarrimento”, stato d’animo che caratterizzerebbe le tinte fenomenologiche del nostro presente. Non mancano commentatori e recensori entusiasti che hanno in proposito tentato di distillarne il contenuto e raccontane le tesi principali. Tuttavia, pur condividendo buona parte delle analisi contenute nel testo, non tutto in questo libro appare convincente. Dico questo anche per evitare di essere collocato, con una sorta di automatismo cognitivo, in una benevolenza che di solito appartiene, anche suo malgrado, al recensore di un’opera. Il giudizio di Bollas sulla nostra epoca non lascia infatti adito a confusioni: il nostro sarebbe il tempo in cui la soggettività perde ogni riferimento con il mondo e non riesce più a progettare e realizzare un progetto collettivo di umanizzazione. Posizione, questa, che segnala una giusta preoccupazione ma che al contempo reagisce ad essa con una dose eccessiva di nostalgia e rimpianto. È quindi opportuno provare ad affrontare questo testo (di piacevole ma non facile lettura) mettendo, da un lato, in risalto alcune delle sue innegabili qualità interpretative e, dall’altro, disegnando i contorni di ciò che è sembrato meno persuasivo.

     L’età dello smarrimento ha innanzitutto l’ambizione di farsi capire. Questo è al contempo il suo pregio e il suo difetto principale. L’analisi dell’autore si nutre di un sapere, per lo più collocabile nella materia psicologica, ma anche trasversale ai campi disciplinari, che colpisce per profondità e spessore senza mai scadere nell’erudizione fine a stessa. Il volume scorre sempre con un ritmo incalzante che richiama alla mente, senza assumerne le sembianze, le opere di denuncia e di critica sociale. Al contempo, tuttavia, questa indubbia qualità inciampa, e in qualche occasione, non regge al peso specifico della divulgazione, diventando nella presentazione dei tanti e precisi riferimenti letterari e saggistici un poco convenzionale e prevedibile.

    Di cosa si occupa concretamente il libro? Di ricostruire e denunciare, attraverso un percorso che si organizza in quindici pratici capitoli, i temi e le sfaccettature della crisi di significato che attraversa la civiltà occidentale nel ventunesimo secolo. Una storia lunga ma sufficientemente lineare e progressiva che trova le sue radici nella prima metà del novecento e che vede in due “fenomeni” precisi del nostro presente la sua più efficace cartina di tornasole: la Brexit (che l’autore nato in America ma residente a Londra vive con particolare e comprensibile disagio) e l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America. Più specificatamente questi due eventi, fino a poco prima del 2016 quasi impensabili, secondo Bollas mettono in evidenza la presenza e la diffusione crescente di stati e manifestazioni psicologiche tossiche. «In entrambi i casi, quote significative delle popolazioni coinvolte hanno reagito con un’euforia maniacale alla vittoria o con una profonda depressione alla sconfitta, con un’intensità cui mai si era assistito prima» (p. 29). Secondo l’autore questa modalità opposta e inconciliabile di reagire agli eventi segnala un’improvvisa ma sempre più profonda incapacità a condividere, sia a livello relazionale che istituzionale, un piano dialogico condiviso e quindi ad assumere la responsabilità per un comune progetto democratico; in altre parole prefigura una profonda crisi della politica e un’incrinatura che attraversa la società fino a mettere a nudo la sua angosciante ingovernabilità di fondo. Per comprendere il formarsi di un tale scenario, dai contenuti sempre più foschi e preoccupanti (e quindi tentare di contrastarlo), occorre, secondo l’autore, fare diretto riferimento alla scienza psicologica e utilizzare in modo “interessato” le teorie che in questi ultimi vent’anni hanno studiato i fenomeni di scissione del Sé (e in particolare modo gli studi sugli stati psicopatologici definiti come borderline).

     Stampa di Doré raffigurante le avventure di mareQuesto perché la scissione del Sé produce quel processo di «“comportamentalizzazione” che risponde alla necessità di mettere alcune cose da parte per potersi concentrare su di una cosa in particolare» (p. 63) e che caratterizza lo scenario autistico del nostro presente. È curioso come un altro volume, pubblicato qualche anno fa, fosse arrivato a produrre descrizioni molto simili a queste.

    Il filosofo italiano Massimo De Carolis, nel suo fortunato (e da poco uscito per Quodlibet in una nuova edizione) Il paradosso antropologico (2008), aveva infatti accostato e correlato, pur seguendo piste di ricerca solo in parte sovrapponibili a quelle di Bollas, il tema psicologico con quello sociale attraverso il farsi centrale del meccanismo del diniego, che ha come obiettivo fondamentale, quello di trovare una soluzione fittizia per trattare l’incapacità a reggere o trattare simbolicamente il conflitto. Scrive De Carolis (p. 53):  «Ora, qui ipotizziamo che nel mondo contemporaneo questa cesura orizzontale [causata dalla rimozione frudiana n.d.a.] lasci tendenzialmente il posto a una rete di scissioni verticali, che isolano e separano una pluralità di spazi circoscritti – pseudoambienti, micromondi e, appunto, nicchie – disseminati senza un ordine gerarchico e portati a condurre un’esistenza parallela, al punto di ignorarsi o di rendersi intransitivi l’uno all’altro». Il riferimento implicito qui è in particolar modo all’opera di Kohut (Si veda in particolare: Narcisismo e analisi del sé, Bollati Boringhieri, 1977) e poi del suo allievo e collega Goldberg (Cfr. La mente che si sdoppia, Astrolabio, Roma, 2001).

     La mente umana sarebbe, secondo questa prospettiva interpretativa proposta dai due autori, interessata da una profonda e radicale trasformazione della sua organizzazione funzionale, caratterizzata in primo luogo dal diffondersi di fenomeni dissociativi del Sé e dalla incapacità a stabilire ordini gerarchici tra i diversi contenuti mentali (orizzontalismo, lo chiama Bollas). Altro tratto tipico del funzionamento psichico della mente contemporanea, che si accompagna al formarsi del soggetto multitasking, sarebbe quella che l’autore anglosassone definisce con l’intrigante termine di visuofilia; i nuovi pattern del pensiero prodotti a livello sociale dai media tenderebbero nel tempo a ristrutturare il funzionamento stesso della mente e ad alternarne le qualità intrapsichiche, dove il «pensiero riflessivo è sostituito da un luccichio rifrattivo; la formulazione linguistica è trasformata in criptiche frasi ad effetto; la comprensione storica è sostituita da una confabulazione ad arte» e dove la rimozione (alla base della nevrosi del soggetto moderno) è sostituita da inedite forme di difesa che agiscono sì a protezione dalla sofferenza psichica ma che al contempo e con il tempo comportano il suicidio mentale o il soggetticidio (p. 133).

    Il Sé rifiuta di costruire quelle relazioni significative che faticosamente occorrerebbe trattare ed elaborare continuamente, preferendo invece un movimento a svuotare la mente dalle emozioni (normopatia) e/o a proiettare paranoicamente gli stati indesiderati su altri-fecali di cui liberarsi facilmente con un brusco colpo di sciacquone (p. 179).

    Una cosa è certa, per Bollas questo ci porta a condividere «l’esperienza di uno smarrimento di massa, non avendo la minima idea di come sottrarci a quella che appare la fine ineluttabile della nostra specie» (p. 213). Depressione, rabbia, espressioni incontrollabili di violenza diverrebbero così, inevitabilmente, tratti fisiologici della società contemporanea.

    La crisi della democrazia che ne deriva allora non è altro per Bollas che la proiezione sociale del ritiro del soggetto normopatico dal mondo. La democrazia è infatti, secondo l’intuizione di Bion (cui l’autore guarda con grande interesse) una teoria della mente, prima ancora che una pratica politica. «Alle volte mi piace paragonare la mente a un’assemblea democratica (…). Questa constatazione esistenziale della sostenibilità della metafora mi ha dato conferma dell’idea che il concetto di democrazia è applicabile sia al nostro mondo interno sia ai conflitti tra gruppi e nazioni» (p. 158).

     Tornare a definire uno spazio psichico capace di considerare e confrontare le opinioni altrui, anche quando non sono convergenti con le proprie, come una fertile risorsa collettiva, diviene allora un’impellente e necessaria modalità di organizzazione della società, oltre che un modo imprescindibile per trattare virtuosamente e democraticamente il conflitto sociale e psichico. «Come a dire che ogni mente può ospitare contemporaneamente molti interlocutori, impegnati a parlare a molti altri degli argomenti più svariati» (ibidem). Come dargli torto? E tuttavia è proprio qui, in questa stringente e adesiva metafora tra mente e società, che l’affascinante libro di Bollas, batte in testa e finisce per non convincere. Dentro questa intrigante rappresentazione si perdono infatti per strada le dinamiche di asimmetria di potere che caratterizzano intrinsecamente i rapporti tra soggetti sociali, rapporti che nel capitalismo si declinano secondo logiche di sfruttamento. Occorre allora premettere a questo tipo di orientamento la costruzione di un sapere che parta dall’idea che non tutte le opinioni godono, nell’arena politica, dello stesso riconoscimento e della stessa reputazione comunicativa.

    Queste asimmetrie non possono essere meramente ospitate, a volte devono essere riconosciute come eticamente insostenibili e quindi combattute. «Tornare a creare un significato, nelle nostre vite e nelle nostre società» come auspica e scrive Bollas, non sempre si può realizzare attraverso una sorta di sana predisposizione mentale rivolta a formare un nuovo umanesimo, in certe situazioni occorre ritornare all’insegnamento del Moro e provare invece a costruire le condizioni per rilanciare la consapevolezza collettiva che per realizzare una società libera, equa e democratica occorre innanzitutto aspirare ad una società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non mi pare un dettaglio di poco conto.

  • PICASSO E PSICOANALISI

    Pubblichiamo una serie di brevi pensieri  (qui i primi quattro) di GIANCARLO RICCI riferiti a momenti particolari della vita e dell’opera di PABLO PICASSO. Lo sguardo dello psicoanalista cerca di cogliere, tra il witz e l’arguzia, la cifra di ciò che accade per la prima volta.
    Si tratta anche di un omaggio alla MOSTRA in corso al PALAZZO REALE di Milano dedicata al grande artista. 

     

    1. LA NASCITA. Il fastidioso fumo di Don Salvator

    Dobbiamo partire dal nome, dalla sua storia e dalle sue ineluttabili pieghe per cogliere la cifra di un’esistenza, il suo trovarsi al mondo. Il nome Picasso si è trovato a occupare un posto tanto essenziale quanto straordinario nell’orizzonte artistico del secolo scorso. Ma ancor prima del nome è stato il corpo a mettere piede su questo mondo.

    Picasso arriva al mondo già con un suo “stile”: la levatrice lo crede morto, lo lascia lì abbandonato tra le coperte e rivolge con premura le sue cure alla madre. 

    E’ la presenza di uno zio medico, Don Salvator – nome davvero appropriato per l’occasione – ad afferrare il piccolo e a soffiargli in faccia il fumo denso del suo sigaro. C’è da immaginare l’urlo, l’urlo di vitalità che il piccolo avrà cacciato, dimenandosi e sgambettando. Era appena l’inizio e nessuno immaginava quanto sarebbe accaduto da lì a pochi anni, nemmeno lui. “A sette anni – scrive Picasso – facevo disegni accademici la cui precisione minuziosa mi spaventava”.

    Così Picasso è gettato su questo pianeta attraverso un funambolico doppio giro tra la vita e la morte. Chissà se la sua passione di dipingere saltimbanchi, giocolieri e acrobati possa essere provenuta da questa irrefrenabile attitudine pulsionale verso la vita. Probabilmente lì, nell’atto dell’incominciare a respirare  – sia pure il fumo fetido del sigaro – si è miracolosamente forgiato il suo inconsumabile talento a non lasciar perdere le occasioni: pittura, disegno, grafica, scultura, ceramica, incisione,  affresco,  scenografia, drammaturgia, poesia, scrittura e forse ancora altro. In questo immenso attraversamento ogni volta il demone dell’arte lo ha chiamato a rimettersi in gioco con un gesto estremo e assoluto. Come se fosse, ancora e sempre, questione di vita o di morte.

    2. LA FAMIGLIA. Nel nome della madre

    I nomi degli umani talvolta si aggrovigliano lungo strane vicende. Il nome Picasso ha una storia particolare. Partiamo dall’origine, dal suo atto di nascita che avviene a Malaga nel 1881: il padre si chiamava Don José Ruiz Blasco, la madre Doña María Picasso y López.

    Ma il nodo che legherà il nome di Picasso alla sua fama si stringe nel 1894 quando egli ha appena tredici anni: suo padre, mediocre pittore che insegnava presso una scuola d’arte, constatando la straordinaria precocità del figlio, gli consegna la propria tavolozza e al contempo decide di abbandonare la pittura. Insomma il padre cede le armi, o meglio consegna al figlio l’insegna che egli non ha saputo portare agli onori della cronaca.   

    E lui, figlio primogenito, che cosa fa? Da quel momento decide di firmare le sue opere con il cognome della madre: Picasso, appunto. Da allora in poi si chiamerà Picasso e ogni sua opera verrà chiamata “un Picasso”. I cognomi del padre, Ruiz Blasco, spariscono. Curiosa vicenda, intricata da numerose ipotesi. Un parricidio simbolico attuato sul nome del padre? Un gesto che vuole riscrivere il mito dell’origine scegliendo il matronimico? La sfrenata ambizione del figlio di stare accanto alla madre? Forse.

    Di sicuro Pablo non era rimasto indifferente alla questione della materia, materia intesa – l’etimo lo suggerisce – come madre-materia che l’atto artistico incessantemente manipola, trasforma, trasfigura, e senza alcun ritegno. Per lui questa materia era tela, carta, creta, carboncino, olio, ceramica, gesso, pietra, rame, legno. E chissà quante altre materie le sue mani hanno violato, lasciando un segno ora indelebile ora appena percettibile. Non possiamo infine fare a meno di evocare, per completezza e data la materia, le innumerevoli donne e amanti di Picasso, oltre alle mogli naturalmente.

    Probabilmente Pablo si sentiva davvero figlio di una madre-materia che si incarnava nelle multiformi fecondità di una natura così intensa da colpire i sensi fino allo stordimento e alla vertigine. Forse era questa l’impresa eroica che da tredicenne, afferrando il testimone che il padre gli aveva gettato tra le mani, aveva incominciato a sognare. O meglio: a fare del lavoro onirico il suo metodo per plasmare la realtà.

    3. LO SGUARDO DELL’ARTISTA. Occhi bucati

    Curiosa vicenda quella dello sguardo. E ancor più lo sguardo, unico e particolare, che l’artista lancia sul mondo. Picasso non va per il sottile: “Cosa credete che sia un artista? Un imbecille che, se è pittore, ha solo degli occhi, se è musicista ha delle orecchie, e una cetra a tutti piani del cuore se è poeta”. Bastano gli occhi appunto, “solo degli occhi”, per essere artista. Ma tutto dipende da quali occhi. Prendiamo per esempio gli occhi della civetta, uccello presente in varie mitologie. Incarna la saggezza ma soprattutto è dotato di onniveggenza, infatti è considerato uccello della sventura e del malaugurio. Potrebbero essere questi gli occhi dell’artista? Gli occhi con cui l’artista guarda le cose e le racconta? 

    Picasso è stato capace, a suo modo, di rispondere a queste domande percorrendole in due direzioni. La prima: egli dipinge e crea ceramiche di civette, in particolare quando nel ‘47 si trasferisce a Vallauris, dove incomincia a lavorare la creta ispirandosi a temi antropomorfi e a civette, fauni, ninfe. La seconda: abbiamo un suo celebre ritratto del fotografo Michel Sima del ‘46 (“Picasso e la civetta”) in cui l’artista tiene in mano una civetta. Tra i due c’è sfida. Tra l’animale e l’uomo, tra la civetta e l’artista, ebbene gli occhi decisamente più rapaci sono quelli di Picasso. Troneggiano pronti a carpire, a toccare le cose del mondo e a trasformarle. 

    Sono occhi rapaci perché lo sguardo strappa le cose dal mondo e le getta sulla tela, sradica le immagini dal loro ancoraggio alla materia. Rapaci perché l’artista si autorizza, tra il rapimento e la rapina (come indica l’etimo), a entrare nella realtà per portare via con gli artigli dello sguardo frammenti, colori, geometrie. “Un quadro mi viene da molto lontano! Chissà da quale lontananza l’ho sentito, l’ho visto e l’ho dipinto, eppure il giorno dopo nemmeno io riconosco quanto ho fatto”.

    Dimenticavamo: la civetta è un uccello notturno, ghermisce le sue prede dal tramonto all’alba, a occhi chiusi. C’è un prezzo che l’artista paga sulla propria pelle, o meglio con i propri occhi. Picasso lo testimonia con parole luccicanti di enigma: “In fondo c’è solo l’amore. Qualunque esso sia. E si dovrebbero bucare gli occhi ai pittori come si fa con i cardellini, perché cantino meglio”.

    4. L’INVENZIONE. Io non cerco trovo

    “Io non cerco trovo”: battuta celebre e quasi inflazionata. Appartiene alla genialità del grande Picasso e contribuisce a disegnare la cifra del suo stile. Uno stile che non manca mai di stupire, quasi possedesse il dono dell’infallibilità. Ma questo stile apre una partita immane perchè il fare artistico, con questa breve battuta, si trova vertiginosamente sbilanciato dalla parte del trovare: dalla parte dell’immediatezza, della scaturigine di una trovata che non si spegne perchè non giunge a compiersi. Il trovare non è forse una poetica dell’incontro?

    “Mi si prende di solito per un ricercatore. Io non cerco trovo”. Sono parole con cui  Picasso dichiara la propria identità: sono un trovador occitano, tra il guerriero e il cortigiano, canto le storie del mondo dipingendo quello che trovo. La celebre battuta esprime anche, dopo il “penso dunque sono” di cartesiana memoria, un pensiero sovversivo intorno al cogito dell’artista: il cuore della questione riguarda la sua soggettività così precaria, eccentrica, opaca. Trovo dunque sono, si potrebbe aggiungere, se volessimo perfezionare il cogito dell’artista situandolo agli antipodi del razionalismo.

    Penso che il soggetto del fare artistico, il suo trovare senza cercare, abbia la forza di un vortice che getta altrove il soggetto, lo sposta verso una terra di nessuno, lo spinge in un esilio che lo allontana irrimediabilmente da se stesso. “E dire che non ho mai potuto fare un quadro! Comincio con un’idea, e poi diventa  un’altra cosa”. 

    Van Gogh, Paio di scarpe

    E altrove: “E’ curioso come il volere dell’artista conti poco”. E ancora: “Spesso il quadro esprime molto di più di quello che l’autore voleva rappresentare. L’autore contempla stupefatto i risultati inattesi che non ha previsto”. Se inseguissimo queste frasi nella loro ascesa esponenziale, riusciremmo forse a percepire la distanza siderale da cui ogni opera d’arte ci viene incontro come una trovata, una felice e ingegnosa trovata. “Io metto nei miei quadri tutto ciò che mi piace. In quanto alle cose, peggio per loro, devono arrangiarsi da sole”. Questo “peggio per loro” è una considerazione cruciale: l’oggetto diventa Cosa, una Cosa che “deve arrangiarsi da sola”: gettata nel mondo rimane in un abbandono assoluto. Heidegger, Lacan e molti altri si sono soffermati su questo aspetto della Cosa (le famose scarpe di Van Gogh).

    L’arte insegna, confutando il senso comune, che le cose è meglio trovarle che perderle. Infatti se crediamo di averle perse non smetteremo mai di cercarle e ricercarle. E quando le si trova non sono mai come le aspettavamo. Il gesto artistico si getta a capofitto in questa divisione irreparabile. Sempre con la speranza  di riemergere indenne, ma mai identico a prima. Le scarpe di Van Gogh restano lì, esistono ma sono già altrove, irraggiungibili. Van Gogh, non del tutto indenne, le guarda a perdita d’occhio. Il suo sguardo folle contiene la luce della profezia. 

  • RIEDUCARE GLI “OMOFOBI” ?

    Pubblichiamo in inglese l’articolo di Patrick Sawer che l’11.9.18 sul THE TELEGRAF informa sulla fantasiosa ipotesi di rieducare i cosiddetti omofobi mandandoli al gulag.
    Per l’articolo originale vai a : 
    https://www.telegraph.co.uk/news/2018/09/11/soviet-labour-camps-compassionate-educational-institutions-say/
    Per il successivo dibattito ripreso dalla Newsletter di Vita e Pensiero n. 30 vai a
    :https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/the-new-gulags?utm_source=Newsletter+Vita+e+Pensiero&utm_campaign=ea766aac1b-EMAIL_CAMPAIGN_2018_11_30_03_24&utm_medium=email&utm_term=0_0d38a7d305-ea766aac1b-213108113

    Students at a leading London university have been condemned as blind to reality after defending the system of Soviet Gulag labour camps where thousands perished as “compassionate” places of rehabilitation.
    Trans rights campaigners at Goldsmiths University described the Gulags as benign places where inmates received education, training and enjoyed the opportunity to take part in clubs, sports and theatre groups.


    In fact most historians agree they were a brutal network of labour camps used by Stalin’s Soviet dictatorship to incarcerate internal opponents and so-called “enemies of the state”, resulting in the death of more than an estimated 1.05 million people.
    During a bizarre exchange on Twitter the LGBTQ group at Goldsmiths Student Union described life in the Gulags as “rehabilitatory” and “educational”.
    Paradoxically the thread was written as an apparent justification for an earlier post by the same group which threatened to send a political opponent “to the gulag”.
    The threat was made against Claire Graham, a special education needs teacher, who wrote objecting to LGBTQ Goldsmith’s threat to target feminist academics who they claimed were prejudiced against transgender individuals.
    Tans activists refer to these women by the derogatory term TERFS, claiming they are guilty of hate crimes for their opposition to allowing men undergoing gender transition to use women’s toilets and other female only spaces.

    In its Tweets, Goldsmith LGBTQ said: “The ideas of TERFS and anti-trans bigots literally *kill* and must be eradicated through re-education.”
    Ms Graham said: “I said that I thought their choice of language, in talking about lists and purging people was intended to shut down debate about trans people and the law. I then received unpleasant and dehumanising threats about being sent to the Gulag. I feel bad for other trans people because this kind of response by some makes them seem so extreme and intolerant.”
    Goldsmith LGBTQ subsequently attempted to justify the threat to send Ms Graham to the Gulag by stating that “sending a bigot to one is actually a compassionate, non-violent course of action.”

    The Twitter thread went on to state that the CIA had spread “lies” about the Gulag system, adding: “First myth to debunk: ‘u work until u die in gulags!’ The Soviets did away with life sentences and the longest sentence was 10 years. Capital punishment was reserved for the most heinous, serious crimes.
    “The penal system was a rehabilitatory one. The aim was to correct and change the ways of criminals.”
    It added: “Much like wider Soviet society, everyone who was ‘able’ to work did so at a wage proportionate to those who weren’t incapacitated and, as they gained skills, were able to move up the ranks and work under less supervision.

    “Educational work was also a prominent feature of the Soviet penal system. There were regular classes, book clubs, newspaper editorial teams, sports theatre and performance groups.”
    In contrast, mainstream historians have concluded that the gulag system, which reached its peak under Joseph Stalin’s rule, was a system of forced labour camps used to incarcerate a wide range of convicts, from petty criminals to political prisoners – including Stalin’s left-wing, Trotskyist opponents and gay men and women.

    Aleksandr Solzhenitsyn, winner of the Nobel Prize in Literature, who survived eight years imprisoned in a Gulag incarceration, brought its horrors to the world’s attention in his 1973 book The Gulag Archipelago.
    Soviet files show that 1,053,829 people died in the camps between 1934 and 1953, mostly as a result of deliberate starvation.
    The historian Anne Applebaum, author of Gulag: A History, said: “It was an incredibly brutal system designed to eliminate Stalin’s’ enemies and terrorise the wider population. Most of the inmates were innocent of anything we would regard as a crime.”
    Ms Graham said: “The LGBTQ group’s interpretation of the history of the Gulag system is madness.”
    Goldsmiths Students’ Union has now suspended the group and withdrawn its support for its activities, saying the Gulag threat – and subsequent refusal by the group to apologise for it – clearly breached the students’ union code of conduct.

    In a statement backed by Goldsmiths University the students’ union said: “We condemn the abhorrent content of the tweets and they are in complete opposition to the views and values of the Students’ Union.”
    Members of Goldsmiths LGBTQ refused to comment when approached by The Daily Telegraph.