• Il volto e la mano: Pierre Legendre e la poetica del soggetto

    Pubblichiamo di seguito una breve ma densa pagina di PIERRE LEGENDRE
    (storico del diritto  e psicoanalista) tratta dal suo sito
    ARS DOGMATICA (http://arsdogmatica.com/ )
    che riproduce alcuni testi apparsi in
    un suo libro LE VISAGE DE LA MAIN
    (Le Belles Lettres, 2019), un laboratorio di idee, pensieri, poetiche.
    La pagina che pubblichiamo (come le altre tradotte da Paolo Héritier) hanno
    come titolo LA FORTEZZA DEL SOGGETTO:
    si tratta di alcune riflessioni intorno all’individuo e al
    soggetto, tra memoria del tempo e poetica dell’esistere. 

     

    La fortezza del soggetto

     

     Non evoco l’individuo, una parola di cui, tramite l’etimologia, si conosce la portata: quel che è non separato, non diviso, detto altrimenti la figura oggi deificata dell’individuo monoblocco. Qui, si tratta del soggetto, l’animale dotato di parola che, tramite il linguaggio, si conosce e si vede separato dagli altri animali, in un modo che non ha nulla di animalesco. Tale visione di sé, la chiamiamo coscienza riflessiva. La coscienza di sé si fa interlocuzione dell’uomo con se stesso e con il Mondo. Questo tratto distintivo dell’umanità lascia intendere la solitudine del soggetto, presa nella “estenuante coscienza di vivere”, all’interno del Teatro del discorso col quale si sostiene la funzione di istituire.
    La frase tra virgolette dello scrittore russo Tourgueniev sarebbe un’introduzione ragionevole alla psicoanalisi, disciplina a un tempo accettata e bandita, come conviene per accostare il radicamento basilare dell’antropologia dogmatica: la presa in conto della ragion di vivere nell’esame di quel che è fondamentale – istituire la Ragione -, inseparabile dall’intrappartenenza del soggetto e della società.
    Non si sceglie né il tempo né il luogo né gli autori della propria nascita. E chiunque abbia armeggiato col romanzo delle famiglie, col montaggio della propria vita, ha gustato il frutto selvatico. Che fare, però, di una vita, in questo eccesso di saperi a pretesa universale che sono divenute le società dell’Occidente, che si mostrano straniere al frutto selvatico? Chi va a civilizzare il lamento umano, a teatralizzare in maniera decente il perché? originario, a liberarci dalla passione di essere trasparenti? Chi? Intendo con ciò: quale discorso, in grado di condurre a un seguito istituzionale, vale a dire che sia di natura tale da far arretrare le grandi imposture positiviste che minacciano di nuovo di infiammare l’umanità?  
    Siamo tagliati fuori da quel che siamo. A meno d’avere accesso a quel che ci fa vivere, all’oscura verità. A quale prezzo, però? Tutto si ordina, logicamente, nel compito umano diesistere, al di là della sfera personale, sulla scena sociale quindi, perché l’estraneità di un’assenza indefinibile per noi stessi ci appartiene. Vi è una vecchia parola greca per evocarla: nostalgia.  Si potrebbe trovare il mezzo per renderla udibile ai tecnici dell’istituzionale, che oggigiorno – non dimentichiamo mai il nuovo titolo di governo – fanno mestiere di dire e proclamare la ragion di vivere In Nome della Scienza? Al di fuori delle arti poetiche in tutte le loro forme e a tutte le latitudini, non scorgo alcuno strumento.
    Il lettore del sito mi permetta un ricordo con valore di apologo in materia.
    Rendendo visita a Borges, giungemmo ai miei scritti e lessi per lui un testo intitolato “Alta madre”. Il cieco mi condusse allora nella camera in cui sua madre era morta… E vicino “al Letto di maestà” ebbe luogo un dialogo insolito.
    Oggi, questa scena mitologica mi torna alla mente, sempre nuova. La dedico a coloro che osano ancora interrogarsi sul In Nome di cosa si lavora, sull’inaugurale di ogni vita. A questa verità, manifestamente genealogica, nessuno saprebbe rinunciare senza farla finita con la vita stessa.
    Carpaccio, Sant’Agostino scrive una lettera a San Gerolamo, 1502, Venezia.