• TEMPO DEBITO. Sulla temporalità all’epoca del corona virus.

    Pubblichiamo quest’intervento di
    Giancarlo Ricci TEMPO DEBITO.
    Si tratta di alcune note psicoanalitiche
    sulla temporalità e sul debito di vita
    all’epoca del corona virus.

     

         A tempo debito. Tutto riprenderà a tempo debito. “A tempo debito” è un’espressione che troviamo spesso in Boccaccio, nel Decameron, tra le parole di coloro che si erano rifugiati in campagna per trovare scampo alla peste che dilagava a Firenze.  
    J. Waterhouse
    Dunque i rifugiati aspettano a tempo debito il ritorno alla vita normale. Come la vita dei monaci che pregano e cantano “alle debite ore”, così, nel Decameron, i dieci giovani scandiscono le loro giornate con varie attività tra cui appunto, a turno, il racconto di fantasiose novelle. Alcune delle quali abbastanza licenziose, quasi a indicare, nella distanza tra le parole e i fatti, un volto inedito della sublimazione. Le cose rimangono sospese e a tempo opportuno riprenderanno.

          L’espressione a “tempo debito”, al di là del Decameron, mi sembra tracci nascostamente una serie di rinvii.  Significherebbe a tempo dovuto, a tempo opportuno; implica una sospensione, uno stare fermi, un’attesa. Del resto la parola tempo rinvia a taglio, separazione, divisione. Ecco il punto dolente: siamo separati e isolati rispetto a una temporalità precedente. Ci troviamo, come in un brano musicale, fuori tempo, senza ritmo o in un ritmo sincopato.
           L’attesa introdotta dal “tempo debito” divide, ci separa dal mondo. Ogni attesa in fondo instaura una distanza tra l’adesso e il dopo, tra quello che chiamiamo presente e futuro.  Tuttavia, in un certo senso è il dopo che trascina l’adesso, è il futuro che assegna un senso al presente, che lo forgia nelle sue aspettative. In fin dei conti è il desiderio quell’istanza che trascina, talvolta vorticosamente, l’adesso verso un dopo; quasi lo istituisce. E ancora: l’adesso è il tempo della preparazione, dell’organizzazione; il dopo sarà il tempo della soddisfazione, del godimento. In fin dei conti l’economia del nevrotico è tale perché si scontra immancabilmente con questo contrattempo. Egli vorrebbe che in simile economia rimanesse fuori gioco il reale, quella spaccatura che si insidia in ogni aspettativa, quella distanza imponderabile che rende impossibile una linearità tra presente e futuro.
    Bassorilievo di Kairos
             Il tempo dell’attesa ci tiene lontani dall’opportunità del mondo, delle relazioni, degli scambi, in definitiva dalla vita. Nel tempo dell’attesa siamo agli antipodi del kairos che per i greci era il tempo opportuno, la magia fulminea del tempo giusto da cui scaturisce l’atto. Possiamo azzardare che il tempo comporta una giustizia o forse, silenziosamente e senza fretta, la instaura. Nell’umano vi è una giustizia psichica i cui effetti talvolta vengono avvertiti come incomprensibili segni del destino. Ogni cosa a suo tempo, si dice. In effetti, nella realtà psichica – suggerisce Jacques Lacan – le cose accadono lungo un ritmo che alterna il “tempo per comprendere” e il “momento per concludere”.
          Eppure se non viene immaginato un dopo, se non si delinea all’orizzonte ciò che sarà o potrà essere, l’adesso risulta un inferno, una dannazione. Infatti il dopo dà consistenza al senso dell’adesso. Se sottraiamo questo senso fino al suo grado zero, l’adesso si pietrifica, risulta invivibile. La vita non riesce più a vivere. Il tempo debito svanisce invaso dalla pulsione di morte o meglio dalla morte della pulsione. È il paradosso di ogni forma di nichilismo che ingaggia una sorta di corpo a corpo, a colpi di distruzione, contro l’inesorabile rapina attuata dal tempo. Nell’iconografia medioevale è la fatidica falce pronta a cadere e a tagliare il filo della vita.
    Dorè
           Freud, nel suo saggio Il poeta e la fantasia (1907) – titolo illuminante per accostarsi al tema del tempo – non si limita a considerare il presente e il futuro. Interrogandosi intorno al rapporto della fantasia con il tempo afferma: “Si deve dire che una fantasia ondeggia quasi fra tre tempi, i tre momenti temporali della nostra ideazione”. In definitiva la temporalità deve fare i conti con quello che chiamiamo passato: “Passato, presente e futuro, sono come infilati al filo del desiderio che li attraversa”. Più precisamente: “Il desiderio utilizza un’occasione offerta dal presente per progettare, secondo il modello del passato, un’immagine dell’avvenire”.
    J.H. Füssli: Die drei Hexen, 1783
           Quest’ultima considerazione indica un movimento che prende le mosse dall’istanza del desiderio il quale progetta, “secondo il modello del passato”, “un’immagine del futuro”. La sequenza logica (ma non cronologica) sarebbe dunque: presente, passato, futuro. O meglio: il presente non può progettare il futuro senza attraversare il passato. Lacan, che amava le omofonie e i giochi di parole, da qualche parte fa notare che la forma di negazione in francese, il pas…sans, è omofona a pas de sens, ossia a nessun senso, alcun senso. Il gioco consiste nell’omofonia tra sens e sans, in cui cambia una sola lettera. Ovvero: il presente non ha alcun senso senza passare per il passato. Del resto proprio nell’ultima frase che conclude l’Interpretazione dei sogni Freud afferma che “il sogno ci porta di sicuro verso il futuro; ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato”
    Le tre età dell’uomo, Tiziano.
    Perché è rilevante questa logica ternaria della temporalità? Perché rompe la diade speculare presente-futuro, ne mostra, per così dire, l’impotenza, lo scacco. Fa decadere quella logica di padronanza con cui l’Io, nel suo individualismo narcisistico, vorrebbe porsi al centro del mondo, addirittura dominando il tempo. La tecnologia si offre volentieri al servizio di questa padronanza promettendo il superamento di questi limiti, così come il sistema economico la promuove o addirittura la impone.
          L’istanza di quello che si chiama passato rappresenta dunque una terzietà che si insinua in ogni tentativo di rendere automatico, lineare, naturale la relazione tra presente e futuro. Questa terzietà si manifesta secondo la logica della retroattività – il termine freudiano è Nachträglichkeit – che è all’opera nel processo di rielaborazione di ciò che sarà stato. Tra la forma verbale del futuro anteriore e quella del futuro semplice c’è di mezzo appunto l’infinito: le nostre memorie, le nostre storie e le ripetizioni che regolarmente le attraversano quasi indirizzandole verso quello che appare un destino. Non a caso il verbo historeo oltre a significare investigo, esploro, ricerco, osservo, significa anche vengo a sapere, imparo, conosco dopo ricerche.
          In definitiva il concetto di retroattività, spesso frainteso o sottovalutato, può ritenersi il cuore della temporalità psichica perché va di pari passo con il lavoro della rielaborazione. Più precisamente: nella clinica psicoanalitica non potrebbe svolgersi un processo di rielaborazione e un lavoro di rettifica senza l’istanza della retroattività. La suggestione risulterebbe in tal senso una scorciatoia. Detto dalla parte dell’inconscio risulterebbe un’istigazione alla ripetizione in quanto il “passato”, anche se rimosso o espunto, immancabilmente ritorna, bussa ripetutamente a quella porta da cui è stato fatto uscire.
           Eludere questo lavoro incessante che si muove nell’infinito della nostra storia, comporta la presunzione, come scrive Walter Benjamin, di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Questo rischio, ben presente in ogni nevrosi, alla lunga trascina il soggetto in una cecità fatale. Questi, con i piedi ben saldi sulla cima di un iceberg crede di padroneggiare il mare e i suoi orizzonti ma non si accorge che l’iceberg si sposta lentamente, gira, oscilla, ondeggia e in ogni momento è pronto a capovolgersi portando alla luce una parte sommersa. Forse questa metafora può esemplificare ciò che è accaduto (e ancora deve accadere) con il corona virus? Ma non può essere invece che proprio questa instabilità determinata dall’isolamento, dalla solitudine e dalla distanza sociale possa diventare l’occasione per imparare a “stare vicini” a sé stessi? Cosa non facile perché il virus scombina il gioco del vicino e del lontano, del dentro e del fuori. La pretesa “giusta” distanza dal “nostro prossimo” – quello “interno” o quello “esterno”? – scardina ogni prossemica. Lacan talvolta assimila il concetto di prossimo con l’Altro ed afferma: “Il prossimo è l’imminenza intollerabile del godimento” (Seminario XVI)
          Il celebre “ama il prossimo tuo come te stesso” implica logicamente un suo corollario: “ama ciò che è prossimo in te stesso”. Ossia: accogli cioè quella “parte” di te che risulta più estranea e oscura. Senza amare ciò che è prossimo in noi stessi come possiamo amare coloro che ci circondano? In definitiva il “prossimo”, colui che è a noi più vicino (Nebenmensch), che ci sta accanto più o meno silenziosamente, andrebbe situato “dentro” di noi, in un’interiorità talvolta difficile da riconoscere e da ammettere. Il “prossimo” – istanza originaria, opaca e talvolta  irrappresentabile – è innanzi tutto all’interno di noi, ancor prima di riconoscerlo e ritrovarlo fuori di noi, all’esterno. Insomma l’Alterità, istanza mai identica a se stessa, rischia sempre di essere intravista e identificata in una topologia rovesciata. È un malinteso enorme. Per esempio l’insistenza con cui Lacan ci tiene a precisare la differenza tra l’altro e l’Altro è l’indice di questo malinteso.
    Miniatura del 1220
    Oggi, per proteggerci dalla pandemia, non c’è altro modo che aspettare, fermarci, prendere dimestichezza con la sospensione e l’isolamento. Il tempo cronologico pare fermarsi, la ruota del tempo sembra rallentare o forse è uscita dal suo asse. “Il tempo del mondo è fuori dai cardini; ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto”, recita l’Amleto di Shakespeare. Che cosa sarà? Come pensare il dopo? Come immaginare l’avvenire?
          Se il presente non accoglie il tempo della retroattività, ossia l’intendere differentemente ciò che si è sempre ritenuto di aver capito e di aver creduto, verrebbe confermata la formula di Walter Benjamin: “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Sarà, di fatto, un dominio fallimentare, distruttivo, incoerente. “L’avvenire – nota il giurista Pierre Legendre – è una lettera timbrata. L’effetto di ritardo (“après-coup”) di quel che nominiamo presente dirà̀ se stiamo organizzando l’autodistruzione della specie o se, più̀ banalmente, incombe la minaccia di una schiavitù̀ inedita, massacrando con avventatezza qualche generazione sacrificata alle facilitazioni dell’individualismo di massa.”
          Torniamo alla locuzione “a tempo debito”. Nelle precedenti considerazioni ci siamo soffermati velocemente sul tempo. Ora occupiamoci dell’aggettivo “debito”. Quali connessioni tra queste due entità? Evidentemente siamo lontanissimi da un’accezione finanziaria o monetaria di debito. Essa indica piuttosto “il dovuto”: ciò che dobbiamo restituire alla temporalità dell’esistere, alla condizione di esseri viventi, a ciò che ha permesso che noi esistessimo, ossia, in definitiva, a quell’atto procreativo da cui siamo nati. Da quell’atto in poi siamo “entrati” simbolicamente e realmente nella temporalità della vita, nel tempo delle generazioni, nel ritmo delle genealogie, nell’alternanza della vita e della morte.
        “Il tempo debito” risulta essenzialmente un’istanza simbolica che risiede nel cuore della soggettività. Formulato da un’altra angolatura, esso istituisce la condizione di figlio come colui che ha ricevuto la vita. Tutti siamo giunti su questo mondo nello statuto di figlio, soggetti a un debito di vita. Il tempo che ci è dato non riuscirà ad estinguere tale debito perché è inestinguibile. A partire da questo debito ciascuna soggettività si forma nella differenza tra ciò che sarà stato (la sua storia) e ciò che sarà (il suo destino). Tra queste due polarità temporali in definitiva aleggia una parola enorme: la vita. Essa è donabile ma non è restituibile al donatore. In un certo senso la si può restituire (parzialmente) solo in quanto dono, diventando per esempio padre o madre.
         Che cosa è dunque la vita se non quel dono che ciascuno, volente o nolente, ha ricevuto, che non può restituire e che non instaura alcun obbligo, alcuna legge se non una legge dell’etica? Non a caso questo concetto di debito è prossimo a quello di colpa (in tedesco il significato di Schuld oscilla tra debito e colpa). Il senso di colpa arriva quando un soggetto crede di poter restituire ciò che ha ricevuto: ritiene così di poter chiudere il conto illudendosi di essere tornato “libero”. Ma qualcosa rimane ancora da restituire, anche se il nevrotico non sa che cosa.
         Proprio in quanto è irrestituibile, il debito simbolico non può essere azzerato. Il vivere comporta un debito strutturale. Il valore della vita non ha prezzo. I giuristi se ne sono accorti ben presto, come dimostrano gli studi, per esempio, di Ernst Kantorowicz quando esplora la storia dell’istituto germanico medievale del Wergeld, poi abbandonato dal diritto romano, relativo alla legittimità di pagare una somma come risarcimento per l’uccisione  di un uomo. In un certo senso, che la vita non abbia prezzo, ossia che sfugga a qualsiasi equivalente valoriale, negoziabile o scambiabile, ha effetti e implicazioni che istituiscono le fondamenta simboliche dell’umano e della sua comunità. Tali fondamenta regolano in definitiva il progetto biopolitico su cui si erige ogni civiltà. Meglio il contrario: ogni civiltà è tale in base al modello biopolitico cui si adegua. Su questo la psicoanalisi ha molto da dire.
         In questo denso percorso che abbiamo provato a tracciare, il “tempo debito”, cifra del dramma che stiamo attraversando, mette ancor più in evidenza che il vivere non riguarda il sopravvivere, l’inseguimento del mito dell’immortalità o delle varie forme di godimento narcisistico. Contro la predisposizione alla dissipazione, oggi eretta a sistema economico, l’esistenza di ciascuno non può far a meno di un vincolo rispetto al debito simbolico verso coloro – non più numerabili e ormai senza più nome – che l’hanno generata. Giustizia genealogica, generazionale ma anche psichica.
          Il nostro Prossimo che ci sta accanto e che ci segue come un’ombra luminosa sono Loro, innumerabili, parzialmente nominabili e riconoscibili.  Conta, come bene innegoziabile, ciò che Legendre esprime in modo sintetico: “La memoria della specie insegna: qualcosa nella vita è più̀ prezioso della vita, questa è il senza-prezzo che concerne la riproduzione dell’umanità. E che annuncia nuovi inizi”.
    NOTE BIBLIOGRAFICHE
    Pierre Legendre, Le visage de la main, Le Belles Lettres, Paris 2019 ; cfr. anche http://arsdogmatica.com/ .
    Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XVI. 1968-1969, Da un Altro all’altro, Einaudi, Torino 2019.
    Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1907), OSP, vol. V, Bollati Boringhieri, Torino 1972.
    Ernst Kantorowicz, Il misteri dello Stato, Marietti, Genova 2017.
    Gianluca Solla, Il debito assoluto, l’economia della vita. Edizioni ETS, Pisa 2018.
    G. Solla, L’ipoteca della vita, in “Re Mida a Wall Street”, Lettera, n. 5, Mimesis, Milano 2015.
  • BIOPOLITICA DELL’EPIDEMIA. SUGLI ANZIANI E I NONNI

    La vicenda dell’epidemia è un esempio eccellente della visione biopolitica, costretta a gestire l’equilibrio tra la vita e l’economia, tra la salute umana e il profitto.
    In questo equilibrio emerge una sorta di lapsus mortifero: la vicenda degli anziani, dei “nonni” e di coloro che affollano le case di riposo.
    Secondo alcuni è stata una strage. Che dimostra, tristemente, come l’idolo
    del consumismo e del benessere dismetta e mortifichi quel debito simbolico indeludibileche è dovuto verso coloro che ci hanno preceduto.

    L’articolo di GIANCARLO RICCI è uscito il 5 maggio 2020 sul Blog di TEMPI

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           Per proteggerci dalla pandemia, ci siamo isolati, abbiamo preso dimestichezza con la solitudine e l’isolamento sociale. Il tempo cronologico pare essersi fermato, la ruota del tempo si è rallentata o forse, come ciascuno ha sperimentato, sembra essere uscita dal suo asse. “Il tempo è fuori dai cardini; ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto”, recita l’Amleto di Shakespeare.
          Come pensare il dopo? Come riportare la ruota del tempo nel suo asse naturale? Come immaginare l’avvenire se ancora il virus sembra non averci dimenticato? Questi interrogativi si moltiplicano, così come l’inquietudine.
          Mai come oggi si delinea a più livelli, nettamente e concretamente, un disegno che prima della pandemia operava silenziosamente nella società: la biopolitica. Oggi quel silenzio è diventato un grido di sconforto e di indignazione. Solo ora, per esempio, la società si accorge – è l’OMS a ricordarlo – che il virus in Europa ha colpito mortalmente, per il 50%, gli anziani che vivevano nelle case di riposo. Forse un po’ di trascuratezza c’è stata, affermano coloro che voltano lo sguardo dall’altra parte. In realtà tanti morti nelle case di riposo assume il senso tragico di un lapsus della biopolitica. Volevano proteggere gli anziani ma in realtà è accaduto il contrario: il “proteggere” è diventata una “strage” sistematica, per alcuni addirittura un “massacro”. Parola terribile, quest’ultima, perché evoca un’altra parola altrettanto orribile che è “eutanasia”. Non possiamo crederci. Eppure quale migliore esempio per evocare il funzionamento nefasto di un programma biopolitico che pretende di imporre i propri criteri di valore e di utilità alla vita umana?
         Credere di gestire la vita altrui in nome del profitto, di quel bene materiale che è ritenuto alimentare l’esistenza e la sussistenza umana, diventa un’ideologia perché appiana le differenze, promuove criteri di valore arbitrari, attua sommessamente una “leggera” discriminazione che rischia di scivolare verso vere e proprie forme di segregazione. Il tutto – conosciamo il ritornello – evidentemente per il Bene Comune.
         Non possiamo fare a meno, proprio in questo tempo chiamato Fase Due, di interrogarci intorno alla segregazione e al suo funzionamento. Vi sono diverse forme di segregazione. Ricordiamoci che la biopolitica è sempre all’opera e macina tutto, è onnivora. Ecco allora che dopo la “strage degli anziani” si ipotizzano criteri che possano “tutelare” gli anziani (quelli rimasti). E che cosa esce dal cappello se non un’altra forma di segregazione? Isoliamoli, teniamoli in base all’età ben chiusi in casa, così non si contageranno. Così ragiona la biopolitica con i suoi parametri ritenuti statistici, con il suo intento di riformulare una prossemica sociale, con il suo atteggiamento apparentemente “altruista”, con la sua congenita ispirazione a gestire la “salute pubblica”. Un Comitato di Salute Pubblica, capitanato da tali Danton e Robespierre, era sorto ai tempi della Rivoluzione Francese e imponeva la sua pesante sorveglianza sul potere esecutivo. Pesante era la “sorveglianza” come la lama ben tagliente che cadeva sul collo dei dissenzienti. Oggi per fortuna i tempi sono cambiati; di “pesante” rimane solo, per gli amministratori, il conteggio dei costi sociali e della gestione economica del welfare.
    Approfondiamo il discorso. La parola “anziano” contiene l’avverbio antĕa che significa “prima”, e cioè “appartenente a una età anteriore”. Isolare gli anziani, tenerli lontani dalla socialità, neutralizzare il loro valore simbolico assume il senso di escludere dalla vita sociale, in questo momento che esige grande saggezza, coloro che sono “nati prima di noi”.
    Non è in gioco una considerazione di ordine cronologico ma propriamente una questione genealogica. Infatti: se ciascuno di noi nasce necessariamente come figlio, e non può venire al mondo se non in quanto ci sono stati un padre e una madre, quest’ultimi hanno dovuto avere dei nonni. È interessante, e altrettanto decisivo, rilevare come la trasmissione genealogica si svolge in una logica ternaria: nonni, padri, figli. Se nella discendenza formalmente togliete il primo termine (“i nonni”), gli altri due rimangono senza un punto di riferimento fondativo. Questa logica ternaria funziona da millenni. Uno dei suoi emblemi più celebri è quello di Enea che tiene sulle spalle il padre Anchise e stringe per mano il figlio Ascanio. La logica è ferrea: Enea, a costo della propria vita, non può fuggire da Troia senza portare con sé Anchise, suo padre e nonno di suo figlio.  
         Rigorosamente: senza il mito delle origini (“da dove vengo”) che istituisce la nominazione (“il mio  nome è…”), senza il racconto della nostra storia famigliare (“sono stato cresciuto e ho vissuto con…”), il concetto stesso di filiazione vien meno. Infatti rimane esclusa la sua dimensione simbolica, essenzialmente la sua storia genealogica che si svolge lungo la trasmissione di una serie di valori, di istanze spirituali, etiche, culturali. Questa trasmissione che procede dal mito delle origini, dai “nonni”, presuppone un lavoro, quello che Freud, riprendendo un verso di Goethe, amava citare spesso: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”.
         Come sembrano delinearsi le disposizioni della Fase Due, lasciare “in quarantena” il patrimonio famigliare e sociale dei “nonni”, indebolisce quel senso civile che scaturisce dal confronto con il nostro più immediato passato. Affiora così la presunzione, come annotava Walter Benjamin, di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. In altri termini: ritenere di padroneggiare il presente senza tener conto del patrimonio, individuale e sociale, di quel passato che i nostri anziani incarnano. Come può il progetto di ciò che sarà fare a meno della memoria e dell’esperienza di ciò che è stato? Sarebbe un progetto zoppicante, raffazzonato, miope. Un progetto che invita a marginalizzare il patrimonio di una generazione pur di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Sarà, di fatto, un dominio fallimentare, incoerente, foriero di altre sventure.
        Certo le precauzioni occorrono e la prudenza pure. Tuttavia si profila un’ottima occasione per interrogarci su qualcosa che pare scontato: che cosa “dobbiamo” agli anziani e ai nonni? C’è qualcosa dell’ordine di un debito, di un dovuto; è un’istanza che trascende ciascuno di noi eppure è immanente alla condizione di esseri viventi, al tempo dell’esistere. Riguarda ciò che ha permesso che noi esistessimo e rinvia, in definitiva, a quell’atto generativo da cui discendiamo. Da quell’atto in poi, grazie ai nostri antenati, abbiamo ricevuto il dono di “entrare” nella temporalità della vita, nel tempo delle generazioni, nel ritmo delle genealogie, nell’alternanza della vita e della morte.
    E ancora: che cosa è la vita se non quel dono che ciascuno, volente o nolente, ha ricevuto, che non può restituire e che non instaura alcun obbligo, alcuna legge se non una legge che tiene insieme le dimensioni dell’etica, della spiritualità e del sacro? Il valore della vita non ha prezzo, e che essa sia irriducibile a qualsiasi equivalente valoriale, negoziabile o scambiabile, ha effetti e implicazioni che istituiscono le fondamenta simboliche dell’umano e della sua comunità. In effetti ogni civiltà è tale in base al modello biopolitico cui si adegua.
        Ma attenzione: gli anziani e i “nonni”, ossia coloro che si confrontano con un’esperienza del vivere prossima a una poetica del compimento, non inseguono necessariamente il mito dell’immortalità o delle varie forme di individualismo narcisistico. Sanno benissimo che vivere è altra cosa dal sopravvivere e che ciò che tiene in vita è il desiderio di trasmettere, di testimoniare, di accompagnare altri lungo l’avventura della vita, di far rivivere una memoria dimenticata. 
    Contro il rischio di un’ulteriore dissipazione, l’esistenza di ciascuno ha un vincolo simbolico verso coloro – non più numerabili e ormai senza più nome – che l’hanno generata. Giustizia genealogica, generazionale, sociale e anche psichica. Conta, come bene prezioso, ciò che il giurista Pierre Legendre esprime in modo sintetico: “La memoria della specie insegna: qualcosa nella vita è più̀ prezioso della vita, essa è il senza-prezzo in gioco nella riproduzione dell’umanità̀. E che annuncia nuovi inizi”.