L’ETA’ DELLO SMARRIMENTO

Pubblichiamo la recensione di FEDERICO CHICCHI al libro di CHRISTOPHER BOLLAS L’età dello smarrimento. Senso e malinconia (Raffaello Cortina, Milano 2018).
La recensione è apparsa il 19.12.2018 su
Doppio Zero che ringraziamo.
Per il rinvio al blog:
https://www.doppiozero.com/materiali/leta-dello-smarrimento-senso-e-malinconia?fbclid=IwAR0hEzSPVMdFOFInopz-OihXszOY1N01PLPCjfa6hobVMyNGE1RxtRP7c4A


Ha già fatto parlare di sé questo libro di Christopher Bollas dedicato allo “smarrimento”, stato d’animo che caratterizzerebbe le tinte fenomenologiche del nostro presente. Non mancano commentatori e recensori entusiasti che hanno in proposito tentato di distillarne il contenuto e raccontane le tesi principali. Tuttavia, pur condividendo buona parte delle analisi contenute nel testo, non tutto in questo libro appare convincente. Dico questo anche per evitare di essere collocato, con una sorta di automatismo cognitivo, in una benevolenza che di solito appartiene, anche suo malgrado, al recensore di un’opera. Il giudizio di Bollas sulla nostra epoca non lascia infatti adito a confusioni: il nostro sarebbe il tempo in cui la soggettività perde ogni riferimento con il mondo e non riesce più a progettare e realizzare un progetto collettivo di umanizzazione. Posizione, questa, che segnala una giusta preoccupazione ma che al contempo reagisce ad essa con una dose eccessiva di nostalgia e rimpianto. È quindi opportuno provare ad affrontare questo testo (di piacevole ma non facile lettura) mettendo, da un lato, in risalto alcune delle sue innegabili qualità interpretative e, dall’altro, disegnando i contorni di ciò che è sembrato meno persuasivo.

 L’età dello smarrimento ha innanzitutto l’ambizione di farsi capire. Questo è al contempo il suo pregio e il suo difetto principale. L’analisi dell’autore si nutre di un sapere, per lo più collocabile nella materia psicologica, ma anche trasversale ai campi disciplinari, che colpisce per profondità e spessore senza mai scadere nell’erudizione fine a stessa. Il volume scorre sempre con un ritmo incalzante che richiama alla mente, senza assumerne le sembianze, le opere di denuncia e di critica sociale. Al contempo, tuttavia, questa indubbia qualità inciampa, e in qualche occasione, non regge al peso specifico della divulgazione, diventando nella presentazione dei tanti e precisi riferimenti letterari e saggistici un poco convenzionale e prevedibile.

Di cosa si occupa concretamente il libro? Di ricostruire e denunciare, attraverso un percorso che si organizza in quindici pratici capitoli, i temi e le sfaccettature della crisi di significato che attraversa la civiltà occidentale nel ventunesimo secolo. Una storia lunga ma sufficientemente lineare e progressiva che trova le sue radici nella prima metà del novecento e che vede in due “fenomeni” precisi del nostro presente la sua più efficace cartina di tornasole: la Brexit (che l’autore nato in America ma residente a Londra vive con particolare e comprensibile disagio) e l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti d’America. Più specificatamente questi due eventi, fino a poco prima del 2016 quasi impensabili, secondo Bollas mettono in evidenza la presenza e la diffusione crescente di stati e manifestazioni psicologiche tossiche. «In entrambi i casi, quote significative delle popolazioni coinvolte hanno reagito con un’euforia maniacale alla vittoria o con una profonda depressione alla sconfitta, con un’intensità cui mai si era assistito prima» (p. 29). Secondo l’autore questa modalità opposta e inconciliabile di reagire agli eventi segnala un’improvvisa ma sempre più profonda incapacità a condividere, sia a livello relazionale che istituzionale, un piano dialogico condiviso e quindi ad assumere la responsabilità per un comune progetto democratico; in altre parole prefigura una profonda crisi della politica e un’incrinatura che attraversa la società fino a mettere a nudo la sua angosciante ingovernabilità di fondo. Per comprendere il formarsi di un tale scenario, dai contenuti sempre più foschi e preoccupanti (e quindi tentare di contrastarlo), occorre, secondo l’autore, fare diretto riferimento alla scienza psicologica e utilizzare in modo “interessato” le teorie che in questi ultimi vent’anni hanno studiato i fenomeni di scissione del Sé (e in particolare modo gli studi sugli stati psicopatologici definiti come borderline).

 Stampa di Doré raffigurante le avventure di mareQuesto perché la scissione del Sé produce quel processo di «“comportamentalizzazione” che risponde alla necessità di mettere alcune cose da parte per potersi concentrare su di una cosa in particolare» (p. 63) e che caratterizza lo scenario autistico del nostro presente. È curioso come un altro volume, pubblicato qualche anno fa, fosse arrivato a produrre descrizioni molto simili a queste.

Il filosofo italiano Massimo De Carolis, nel suo fortunato (e da poco uscito per Quodlibet in una nuova edizione) Il paradosso antropologico (2008), aveva infatti accostato e correlato, pur seguendo piste di ricerca solo in parte sovrapponibili a quelle di Bollas, il tema psicologico con quello sociale attraverso il farsi centrale del meccanismo del diniego, che ha come obiettivo fondamentale, quello di trovare una soluzione fittizia per trattare l’incapacità a reggere o trattare simbolicamente il conflitto. Scrive De Carolis (p. 53):  «Ora, qui ipotizziamo che nel mondo contemporaneo questa cesura orizzontale [causata dalla rimozione frudiana n.d.a.] lasci tendenzialmente il posto a una rete di scissioni verticali, che isolano e separano una pluralità di spazi circoscritti – pseudoambienti, micromondi e, appunto, nicchie – disseminati senza un ordine gerarchico e portati a condurre un’esistenza parallela, al punto di ignorarsi o di rendersi intransitivi l’uno all’altro». Il riferimento implicito qui è in particolar modo all’opera di Kohut (Si veda in particolare: Narcisismo e analisi del sé, Bollati Boringhieri, 1977) e poi del suo allievo e collega Goldberg (Cfr. La mente che si sdoppia, Astrolabio, Roma, 2001).

 La mente umana sarebbe, secondo questa prospettiva interpretativa proposta dai due autori, interessata da una profonda e radicale trasformazione della sua organizzazione funzionale, caratterizzata in primo luogo dal diffondersi di fenomeni dissociativi del Sé e dalla incapacità a stabilire ordini gerarchici tra i diversi contenuti mentali (orizzontalismo, lo chiama Bollas). Altro tratto tipico del funzionamento psichico della mente contemporanea, che si accompagna al formarsi del soggetto multitasking, sarebbe quella che l’autore anglosassone definisce con l’intrigante termine di visuofilia; i nuovi pattern del pensiero prodotti a livello sociale dai media tenderebbero nel tempo a ristrutturare il funzionamento stesso della mente e ad alternarne le qualità intrapsichiche, dove il «pensiero riflessivo è sostituito da un luccichio rifrattivo; la formulazione linguistica è trasformata in criptiche frasi ad effetto; la comprensione storica è sostituita da una confabulazione ad arte» e dove la rimozione (alla base della nevrosi del soggetto moderno) è sostituita da inedite forme di difesa che agiscono sì a protezione dalla sofferenza psichica ma che al contempo e con il tempo comportano il suicidio mentale o il soggetticidio (p. 133).

Il Sé rifiuta di costruire quelle relazioni significative che faticosamente occorrerebbe trattare ed elaborare continuamente, preferendo invece un movimento a svuotare la mente dalle emozioni (normopatia) e/o a proiettare paranoicamente gli stati indesiderati su altri-fecali di cui liberarsi facilmente con un brusco colpo di sciacquone (p. 179).

Una cosa è certa, per Bollas questo ci porta a condividere «l’esperienza di uno smarrimento di massa, non avendo la minima idea di come sottrarci a quella che appare la fine ineluttabile della nostra specie» (p. 213). Depressione, rabbia, espressioni incontrollabili di violenza diverrebbero così, inevitabilmente, tratti fisiologici della società contemporanea.

La crisi della democrazia che ne deriva allora non è altro per Bollas che la proiezione sociale del ritiro del soggetto normopatico dal mondo. La democrazia è infatti, secondo l’intuizione di Bion (cui l’autore guarda con grande interesse) una teoria della mente, prima ancora che una pratica politica. «Alle volte mi piace paragonare la mente a un’assemblea democratica (…). Questa constatazione esistenziale della sostenibilità della metafora mi ha dato conferma dell’idea che il concetto di democrazia è applicabile sia al nostro mondo interno sia ai conflitti tra gruppi e nazioni» (p. 158).

 Tornare a definire uno spazio psichico capace di considerare e confrontare le opinioni altrui, anche quando non sono convergenti con le proprie, come una fertile risorsa collettiva, diviene allora un’impellente e necessaria modalità di organizzazione della società, oltre che un modo imprescindibile per trattare virtuosamente e democraticamente il conflitto sociale e psichico. «Come a dire che ogni mente può ospitare contemporaneamente molti interlocutori, impegnati a parlare a molti altri degli argomenti più svariati» (ibidem). Come dargli torto? E tuttavia è proprio qui, in questa stringente e adesiva metafora tra mente e società, che l’affascinante libro di Bollas, batte in testa e finisce per non convincere. Dentro questa intrigante rappresentazione si perdono infatti per strada le dinamiche di asimmetria di potere che caratterizzano intrinsecamente i rapporti tra soggetti sociali, rapporti che nel capitalismo si declinano secondo logiche di sfruttamento. Occorre allora premettere a questo tipo di orientamento la costruzione di un sapere che parta dall’idea che non tutte le opinioni godono, nell’arena politica, dello stesso riconoscimento e della stessa reputazione comunicativa.

Queste asimmetrie non possono essere meramente ospitate, a volte devono essere riconosciute come eticamente insostenibili e quindi combattute. «Tornare a creare un significato, nelle nostre vite e nelle nostre società» come auspica e scrive Bollas, non sempre si può realizzare attraverso una sorta di sana predisposizione mentale rivolta a formare un nuovo umanesimo, in certe situazioni occorre ritornare all’insegnamento del Moro e provare invece a costruire le condizioni per rilanciare la consapevolezza collettiva che per realizzare una società libera, equa e democratica occorre innanzitutto aspirare ad una società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non mi pare un dettaglio di poco conto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.