• PICASSO E PSICOANALISI

    Pubblichiamo una serie di brevi pensieri  (qui i primi quattro) di GIANCARLO RICCI riferiti a momenti particolari della vita e dell’opera di PABLO PICASSO. Lo sguardo dello psicoanalista cerca di cogliere, tra il witz e l’arguzia, la cifra di ciò che accade per la prima volta.
    Si tratta anche di un omaggio alla MOSTRA in corso al PALAZZO REALE di Milano dedicata al grande artista. 

     

    1. LA NASCITA. Il fastidioso fumo di Don Salvator

    Dobbiamo partire dal nome, dalla sua storia e dalle sue ineluttabili pieghe per cogliere la cifra di un’esistenza, il suo trovarsi al mondo. Il nome Picasso si è trovato a occupare un posto tanto essenziale quanto straordinario nell’orizzonte artistico del secolo scorso. Ma ancor prima del nome è stato il corpo a mettere piede su questo mondo.

    Picasso arriva al mondo già con un suo “stile”: la levatrice lo crede morto, lo lascia lì abbandonato tra le coperte e rivolge con premura le sue cure alla madre. 

    E’ la presenza di uno zio medico, Don Salvator – nome davvero appropriato per l’occasione – ad afferrare il piccolo e a soffiargli in faccia il fumo denso del suo sigaro. C’è da immaginare l’urlo, l’urlo di vitalità che il piccolo avrà cacciato, dimenandosi e sgambettando. Era appena l’inizio e nessuno immaginava quanto sarebbe accaduto da lì a pochi anni, nemmeno lui. “A sette anni – scrive Picasso – facevo disegni accademici la cui precisione minuziosa mi spaventava”.

    Così Picasso è gettato su questo pianeta attraverso un funambolico doppio giro tra la vita e la morte. Chissà se la sua passione di dipingere saltimbanchi, giocolieri e acrobati possa essere provenuta da questa irrefrenabile attitudine pulsionale verso la vita. Probabilmente lì, nell’atto dell’incominciare a respirare  – sia pure il fumo fetido del sigaro – si è miracolosamente forgiato il suo inconsumabile talento a non lasciar perdere le occasioni: pittura, disegno, grafica, scultura, ceramica, incisione,  affresco,  scenografia, drammaturgia, poesia, scrittura e forse ancora altro. In questo immenso attraversamento ogni volta il demone dell’arte lo ha chiamato a rimettersi in gioco con un gesto estremo e assoluto. Come se fosse, ancora e sempre, questione di vita o di morte.

    2. LA FAMIGLIA. Nel nome della madre

    I nomi degli umani talvolta si aggrovigliano lungo strane vicende. Il nome Picasso ha una storia particolare. Partiamo dall’origine, dal suo atto di nascita che avviene a Malaga nel 1881: il padre si chiamava Don José Ruiz Blasco, la madre Doña María Picasso y López.

    Ma il nodo che legherà il nome di Picasso alla sua fama si stringe nel 1894 quando egli ha appena tredici anni: suo padre, mediocre pittore che insegnava presso una scuola d’arte, constatando la straordinaria precocità del figlio, gli consegna la propria tavolozza e al contempo decide di abbandonare la pittura. Insomma il padre cede le armi, o meglio consegna al figlio l’insegna che egli non ha saputo portare agli onori della cronaca.   

    E lui, figlio primogenito, che cosa fa? Da quel momento decide di firmare le sue opere con il cognome della madre: Picasso, appunto. Da allora in poi si chiamerà Picasso e ogni sua opera verrà chiamata “un Picasso”. I cognomi del padre, Ruiz Blasco, spariscono. Curiosa vicenda, intricata da numerose ipotesi. Un parricidio simbolico attuato sul nome del padre? Un gesto che vuole riscrivere il mito dell’origine scegliendo il matronimico? La sfrenata ambizione del figlio di stare accanto alla madre? Forse.

    Di sicuro Pablo non era rimasto indifferente alla questione della materia, materia intesa – l’etimo lo suggerisce – come madre-materia che l’atto artistico incessantemente manipola, trasforma, trasfigura, e senza alcun ritegno. Per lui questa materia era tela, carta, creta, carboncino, olio, ceramica, gesso, pietra, rame, legno. E chissà quante altre materie le sue mani hanno violato, lasciando un segno ora indelebile ora appena percettibile. Non possiamo infine fare a meno di evocare, per completezza e data la materia, le innumerevoli donne e amanti di Picasso, oltre alle mogli naturalmente.

    Probabilmente Pablo si sentiva davvero figlio di una madre-materia che si incarnava nelle multiformi fecondità di una natura così intensa da colpire i sensi fino allo stordimento e alla vertigine. Forse era questa l’impresa eroica che da tredicenne, afferrando il testimone che il padre gli aveva gettato tra le mani, aveva incominciato a sognare. O meglio: a fare del lavoro onirico il suo metodo per plasmare la realtà.

    3. LO SGUARDO DELL’ARTISTA. Occhi bucati

    Curiosa vicenda quella dello sguardo. E ancor più lo sguardo, unico e particolare, che l’artista lancia sul mondo. Picasso non va per il sottile: “Cosa credete che sia un artista? Un imbecille che, se è pittore, ha solo degli occhi, se è musicista ha delle orecchie, e una cetra a tutti piani del cuore se è poeta”. Bastano gli occhi appunto, “solo degli occhi”, per essere artista. Ma tutto dipende da quali occhi. Prendiamo per esempio gli occhi della civetta, uccello presente in varie mitologie. Incarna la saggezza ma soprattutto è dotato di onniveggenza, infatti è considerato uccello della sventura e del malaugurio. Potrebbero essere questi gli occhi dell’artista? Gli occhi con cui l’artista guarda le cose e le racconta? 

    Picasso è stato capace, a suo modo, di rispondere a queste domande percorrendole in due direzioni. La prima: egli dipinge e crea ceramiche di civette, in particolare quando nel ‘47 si trasferisce a Vallauris, dove incomincia a lavorare la creta ispirandosi a temi antropomorfi e a civette, fauni, ninfe. La seconda: abbiamo un suo celebre ritratto del fotografo Michel Sima del ‘46 (“Picasso e la civetta”) in cui l’artista tiene in mano una civetta. Tra i due c’è sfida. Tra l’animale e l’uomo, tra la civetta e l’artista, ebbene gli occhi decisamente più rapaci sono quelli di Picasso. Troneggiano pronti a carpire, a toccare le cose del mondo e a trasformarle. 

    Sono occhi rapaci perché lo sguardo strappa le cose dal mondo e le getta sulla tela, sradica le immagini dal loro ancoraggio alla materia. Rapaci perché l’artista si autorizza, tra il rapimento e la rapina (come indica l’etimo), a entrare nella realtà per portare via con gli artigli dello sguardo frammenti, colori, geometrie. “Un quadro mi viene da molto lontano! Chissà da quale lontananza l’ho sentito, l’ho visto e l’ho dipinto, eppure il giorno dopo nemmeno io riconosco quanto ho fatto”.

    Dimenticavamo: la civetta è un uccello notturno, ghermisce le sue prede dal tramonto all’alba, a occhi chiusi. C’è un prezzo che l’artista paga sulla propria pelle, o meglio con i propri occhi. Picasso lo testimonia con parole luccicanti di enigma: “In fondo c’è solo l’amore. Qualunque esso sia. E si dovrebbero bucare gli occhi ai pittori come si fa con i cardellini, perché cantino meglio”.

    4. L’INVENZIONE. Io non cerco trovo

    “Io non cerco trovo”: battuta celebre e quasi inflazionata. Appartiene alla genialità del grande Picasso e contribuisce a disegnare la cifra del suo stile. Uno stile che non manca mai di stupire, quasi possedesse il dono dell’infallibilità. Ma questo stile apre una partita immane perchè il fare artistico, con questa breve battuta, si trova vertiginosamente sbilanciato dalla parte del trovare: dalla parte dell’immediatezza, della scaturigine di una trovata che non si spegne perchè non giunge a compiersi. Il trovare non è forse una poetica dell’incontro?

    “Mi si prende di solito per un ricercatore. Io non cerco trovo”. Sono parole con cui  Picasso dichiara la propria identità: sono un trovador occitano, tra il guerriero e il cortigiano, canto le storie del mondo dipingendo quello che trovo. La celebre battuta esprime anche, dopo il “penso dunque sono” di cartesiana memoria, un pensiero sovversivo intorno al cogito dell’artista: il cuore della questione riguarda la sua soggettività così precaria, eccentrica, opaca. Trovo dunque sono, si potrebbe aggiungere, se volessimo perfezionare il cogito dell’artista situandolo agli antipodi del razionalismo.

    Penso che il soggetto del fare artistico, il suo trovare senza cercare, abbia la forza di un vortice che getta altrove il soggetto, lo sposta verso una terra di nessuno, lo spinge in un esilio che lo allontana irrimediabilmente da se stesso. “E dire che non ho mai potuto fare un quadro! Comincio con un’idea, e poi diventa  un’altra cosa”. 

    Van Gogh, Paio di scarpe

    E altrove: “E’ curioso come il volere dell’artista conti poco”. E ancora: “Spesso il quadro esprime molto di più di quello che l’autore voleva rappresentare. L’autore contempla stupefatto i risultati inattesi che non ha previsto”. Se inseguissimo queste frasi nella loro ascesa esponenziale, riusciremmo forse a percepire la distanza siderale da cui ogni opera d’arte ci viene incontro come una trovata, una felice e ingegnosa trovata. “Io metto nei miei quadri tutto ciò che mi piace. In quanto alle cose, peggio per loro, devono arrangiarsi da sole”. Questo “peggio per loro” è una considerazione cruciale: l’oggetto diventa Cosa, una Cosa che “deve arrangiarsi da sola”: gettata nel mondo rimane in un abbandono assoluto. Heidegger, Lacan e molti altri si sono soffermati su questo aspetto della Cosa (le famose scarpe di Van Gogh).

    L’arte insegna, confutando il senso comune, che le cose è meglio trovarle che perderle. Infatti se crediamo di averle perse non smetteremo mai di cercarle e ricercarle. E quando le si trova non sono mai come le aspettavamo. Il gesto artistico si getta a capofitto in questa divisione irreparabile. Sempre con la speranza  di riemergere indenne, ma mai identico a prima. Le scarpe di Van Gogh restano lì, esistono ma sono già altrove, irraggiungibili. Van Gogh, non del tutto indenne, le guarda a perdita d’occhio. Il suo sguardo folle contiene la luce della profezia. 

  • RIEDUCARE GLI “OMOFOBI” ?

    Pubblichiamo in inglese l’articolo di Patrick Sawer che l’11.9.18 sul THE TELEGRAF informa sulla fantasiosa ipotesi di rieducare i cosiddetti omofobi mandandoli al gulag.
    Per l’articolo originale vai a : 
    https://www.telegraph.co.uk/news/2018/09/11/soviet-labour-camps-compassionate-educational-institutions-say/
    Per il successivo dibattito ripreso dalla Newsletter di Vita e Pensiero n. 30 vai a
    :https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/the-new-gulags?utm_source=Newsletter+Vita+e+Pensiero&utm_campaign=ea766aac1b-EMAIL_CAMPAIGN_2018_11_30_03_24&utm_medium=email&utm_term=0_0d38a7d305-ea766aac1b-213108113

    Students at a leading London university have been condemned as blind to reality after defending the system of Soviet Gulag labour camps where thousands perished as “compassionate” places of rehabilitation.
    Trans rights campaigners at Goldsmiths University described the Gulags as benign places where inmates received education, training and enjoyed the opportunity to take part in clubs, sports and theatre groups.


    In fact most historians agree they were a brutal network of labour camps used by Stalin’s Soviet dictatorship to incarcerate internal opponents and so-called “enemies of the state”, resulting in the death of more than an estimated 1.05 million people.
    During a bizarre exchange on Twitter the LGBTQ group at Goldsmiths Student Union described life in the Gulags as “rehabilitatory” and “educational”.
    Paradoxically the thread was written as an apparent justification for an earlier post by the same group which threatened to send a political opponent “to the gulag”.
    The threat was made against Claire Graham, a special education needs teacher, who wrote objecting to LGBTQ Goldsmith’s threat to target feminist academics who they claimed were prejudiced against transgender individuals.
    Tans activists refer to these women by the derogatory term TERFS, claiming they are guilty of hate crimes for their opposition to allowing men undergoing gender transition to use women’s toilets and other female only spaces.

    In its Tweets, Goldsmith LGBTQ said: “The ideas of TERFS and anti-trans bigots literally *kill* and must be eradicated through re-education.”
    Ms Graham said: “I said that I thought their choice of language, in talking about lists and purging people was intended to shut down debate about trans people and the law. I then received unpleasant and dehumanising threats about being sent to the Gulag. I feel bad for other trans people because this kind of response by some makes them seem so extreme and intolerant.”
    Goldsmith LGBTQ subsequently attempted to justify the threat to send Ms Graham to the Gulag by stating that “sending a bigot to one is actually a compassionate, non-violent course of action.”

    The Twitter thread went on to state that the CIA had spread “lies” about the Gulag system, adding: “First myth to debunk: ‘u work until u die in gulags!’ The Soviets did away with life sentences and the longest sentence was 10 years. Capital punishment was reserved for the most heinous, serious crimes.
    “The penal system was a rehabilitatory one. The aim was to correct and change the ways of criminals.”
    It added: “Much like wider Soviet society, everyone who was ‘able’ to work did so at a wage proportionate to those who weren’t incapacitated and, as they gained skills, were able to move up the ranks and work under less supervision.

    “Educational work was also a prominent feature of the Soviet penal system. There were regular classes, book clubs, newspaper editorial teams, sports theatre and performance groups.”
    In contrast, mainstream historians have concluded that the gulag system, which reached its peak under Joseph Stalin’s rule, was a system of forced labour camps used to incarcerate a wide range of convicts, from petty criminals to political prisoners – including Stalin’s left-wing, Trotskyist opponents and gay men and women.

    Aleksandr Solzhenitsyn, winner of the Nobel Prize in Literature, who survived eight years imprisoned in a Gulag incarceration, brought its horrors to the world’s attention in his 1973 book The Gulag Archipelago.
    Soviet files show that 1,053,829 people died in the camps between 1934 and 1953, mostly as a result of deliberate starvation.
    The historian Anne Applebaum, author of Gulag: A History, said: “It was an incredibly brutal system designed to eliminate Stalin’s’ enemies and terrorise the wider population. Most of the inmates were innocent of anything we would regard as a crime.”
    Ms Graham said: “The LGBTQ group’s interpretation of the history of the Gulag system is madness.”
    Goldsmiths Students’ Union has now suspended the group and withdrawn its support for its activities, saying the Gulag threat – and subsequent refusal by the group to apologise for it – clearly breached the students’ union code of conduct.

    In a statement backed by Goldsmiths University the students’ union said: “We condemn the abhorrent content of the tweets and they are in complete opposition to the views and values of the Students’ Union.”
    Members of Goldsmiths LGBTQ refused to comment when approached by The Daily Telegraph.

  • SULLA PLACENTA

    Pubblichiamo le parti essenziali dell’articolo di MARIA VITTORIA LODOVICHI dedicato al tema della placenta nel discorso clinico e nella psicoanalisi. L’articolo è uscito presso la rivista “Nascere” che ringraziamo.
    La cura psicoanalitica nell’esperienza psichica-aurorale:
    percorsi di ascolto

    La psicoanalisi si è andata sempre più avvicinando alle aree precoci nell’ambito dello sviluppo umano, che Enzo Funari definisce: l’esperienza psichica-aurorale nel suo libro L’irrappresentabile come origine della vita.

    Lo sviluppo umano secondo la psicoanalisi.
    Già in Freud è presente una attenzione particolare a quegli aspetti legati a vissuti, che nelle loro primitive organizzazioni tendono ad ostacolare o ad impedire lo sviluppo armonico della vita psichica. Siamo di fronte ad assetti difensivi che si manifestano a causa di sofferenze esperite nei primi momenti della vita e costituiscono una chiusura verso le relazioni oggettuali e gli investimenti libidici. 
 Questi studi mettono in evidenza quanto sia importante il colloquio con la madre per la cura del bambino. L’ingresso nella pratica clinica della cura delle psicosi infantili e, più in generale dei fenomeni psicotici nelle loro varie manifestazioni, ha consentito l’individuazione di percorsi di ascolto che sempre più si sono accostati a quelle dimensioni legate alla sensorialità e al corpo-vissuto, intesi come fenomeni tipici di una esperienza dove l’oggetto non si è ancora costituito in funzione di un assetto appartenente alla simbiosi, alla fusionalità, alla non differenziazione. E’ in questa fase; a partire dalla nascita, ma forse anche precedente a questa, che gioca un ruolo decisivo l’effetto delle cure di contenimento, di alimentazione, di attenzione affettiva. 
L’ambiente protettivo in senso lato tende a favorire l’instaurarsi di quelle esperienze affettive che favoriranno nel bambino la possibilità di affrontare le angosce relative alla separazione dal corpo materno e la propria individuazione come essere distinto. La cura psicoanalitica dell’infant-bambino procede ascoltando il bambino, senza trascurare il colloquio con la madre, con i genitori; importanti sono i loro significanti al lavoro, i loro sogni e la fase antecedente il concepimento.

    Il valore della placenta nella narrazione di una madre
    La placenta è una costruzione del corpo e delle sue “sostanze”, è il soma e la psiche che “creano” il rapporto di scambio tra madre e feto. Dal punto di vista funzionale la placenta è ciò che ci struttura e ci nutre nella fase fetale; è forse per questo che l’uomo è in cerca continuamente di qualcosa: un oggetto, un affetto, una parola, che soddisfi il bisogno di legame con l’altro e di “nutrimento”. Da un punto di vista organico vi sono molti tipi di placenta, ma da quello psichico ve ne sono tanti quanti la fantasia che ogni madre sa raccontare e un analista ascoltare. 
 Il lavoro psicoanalitico rintraccia nella costruzione inconscia scene inedite e di grande valore umano, “costringendo” l’analista ad una ricerca complessa, in quanto mira a restituire, in forma teorica, o narrativa, quel sapere mai udito prima.

    Gli involucri psichici
    Anzieu, nel suo libro Gli involucri psichici, studia un concetto che definisce Io-pelle; successivamente affronta quello degli involucri psichici, ovvero l’immagine del corpo, la relazione contenitore contenuto, la pelle psichica.
    Sono questi studi che mi hanno portata ad elaborare, attraverso la clinica, il valore da assegnare alla placenta, il valore di una funzione, di un significante messo a lavoro, riscontrando in queste costruzioni psicoanalitiche una metapsicologia.  La placenta nel momento del suo costituirsi rende partecipe la madre attraverso una percezione puramente corporea, non avvertita coscientemente, quanto invece inconsciamente. La placenta si scrive nel corpo della madre, costruendo il primo legame con l’ovulo quando inizia il suo annidamento. 
 Lacan, negli Scritti, definisce il ça parle intendendo il corpo, carne del soggetto, che esprime nella seduta una sofferenza, un sintomo, un’angoscia, un godimento, una parola. La placenta come significante apre all’inedito del soggetto, ai fantasmi, ai lapsus.

    L‘Io-pelle
    1. concerne la ricerca su un significante formale che descrive la costruzione dell’Io e del Sé;
    2. è facilmente trasformabile in metafore:
    3. permette di trovare gli involucri psichici e la loro alterazione;
    4. è investito dalla pulsione di attaccamento e di autodistruzione dalla loro identificazione;
    5. è utile allo psicoanalista per interpretare prima del conflitto pulsionale, le alterazioni dello spazio psichico e delle funzioni dell’Io. 
 Sinteticamente, l’involucro psichico può essere paragonato a un sistema di forze, come quello sviluppato intorno a una calamita, che organizza in forme precise, a seconda della sua potenza, la limatura del ferro che lo circonda.

    Ascolto onirico come involucro, come tessitura
    Anzieu, seguendo Freud, teorizza il concetto di involucro, a partire dall’ascolto onirico. Il sogno rappresenta l’organizzazione psichica inconscia, che attraverso il transfert instaura un legame analista-paziente, il cui contenuto latente ne è la simbolizzazione tra l’uno e l’altro, legando le due parti separate e ponendole in una corrispondenza.
    La trama di questa corrispondenza Anzieu la definisce funzionamento psichico comune: che rintraccia nei sogni di alcune madri. Questo funzionamento psichico comune consiste nella relazione in cui madre e bambino non sono psichicamente tanto distinti quanto invece lo sono dal punto di vista corporeo, relazione in cui i primi riferimenti identificatori del bambino si stabiliscono a poco a poco, in cui il sentire/piacere/soffrire del bambino è legato a ciò che prova la madre, in modo particolare per il fatto che questo bambino è prima in lei, poi al di fuori di lei, cioè un’unità del tipo “una psiche per due” che, dopo la nascita, prosegue durante il periodo del primo maternage.

    Funzione della madre.
    Anzieu sostiene che madre e bambino devono fare in qualche modo la loro “mutua formazione”. La madre – che vive spesso “con e per” il bambino che verrà e “con l’immagine di ciò che fu lei stessa per sua madre in gravidanza” – deve anche constatare che questo bambino è un altro, alle cui esigenze bisogna adattarsi; un altro che avrà uno spazio psichico proprio che lei stessa potrà esplorare, scoprire e nel quale riconoscere la specificità del figlio e il senso della propria capacità creatrice.
    E’ anche il momento in cui la comunicazione fra madre e bambino prende la strada dell’intuizione, dell’empatia, della percezione dei movimenti inconsci dell’uno e dell’altro.
    Questi sogni possono essere vissuti nel piacere dominante dell’ammirazione per il bambino meraviglioso – e per se stessa per averlo dato alla luce – o nell’odio di vedere che per esempio, è separato in un corpo che non è più il suo; vanificando le fantasie che la sua presenza in utero aveva permesso di sognare.
    Si comprendono qui i primi sentimenti di esistere, che emergono da una con – fusione pre-natale e che – dopo la nascita cronologica – prepara alla nascita psicologica.
    Anzieu ci fa comprendere che l’unità immaginaria è la matrice del pensiero: in certe cure essa deve essere prima ricostruita affinché possa evolversi. Il sogno per certi soggetti è un involucro che si colloca tra quella dell’unità immaginaria e quella del adreno-corticotropo.

  • FOLLIA E LIBERTA’

    A Gorizia, il 23 ottobre 2018, presso il teatro Verdi, manifestazione dedicata a Basaglia: la Legge 180 e 40 anni senza manicomi.  Intervengono: DANIELA INFANTINO, BEPPE DELL’ACQUA, GIANCARLO RICCI, PAOLO CREPET.

    Vai all’articolo stampa uscito su IL PICCOLOIl PICCOLO.24.10.18

    Punti cardinali dell’esposizione di Giancarlo Ricci a partire da tre citazioni:

    Lungi dall’essere per la libertà un insulto, la follia è la sua fedele compagna, ne segue il movimento con un’ombra. L’essere dell’uomo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della propria libertà.
                                                     
    Jacques Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1946.

    Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente  come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società accetta la follia come parte della ragione e quindi la fa diventare ragione attraverso una scienza che si incarica di eliminarla. Quando uno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come disfare questo nodo. E’ come andare aldilà della follia istituzionale e conoscere la follia laddove essa ha origine cioè nella vita.
                                                           Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979.

    Ricordo che passeggiavo un giorno con un fortunato editore, il quale fece un’osservazione che avevo sentito  fare tante altre volte prima, e che quasi si potrebbe assumere come un motto della vita moderna. Nel sentirla ripetere ancora una volta, capii ad un tratto che non significava nulla. L’editore aveva detta: “Quell’uomo farà strada: egli crede in se stesso”.  In quel momento alzai la testa e i miei occhi caddero su un omnibus che passava e che portava scritto “Hanwell” [un famoso ospedale psichiatrico vicino a Londra]. Vuoi sapere – chiesi – dove sono gli uomini che più credono in sé stessi? Te lo dico subito. Conosco uomini che hanno più di Napoleone e di Cesare, una fiducia colossale in se stessi. So dove splende la stella fissa della certezza e del successo, posso guidarti ai troni dei superuomini. Gli uomini che credono veramente in sé stessi sono tutti nei manicomi. […] Cominciamo dunque con la casa dei pazzi: da questa fantastica taverna prendiamo le mosse per il nostro viaggio intellettuale. 
                                                                               
    Gilbert Chesterton, Ortodossia, 1908.