RADICAL CHIC E IL POLITICAMENTE CORRETTO

Quasi quarant’anni fa,  a New York, nasceva l’espressione “radical chic“.
Da allora a oggi  essa ha avuto varie vicissitudini che raggiungono i nostri giorni.
Portatore di una visione che esige l’egualitarismo e che fa del politicamente corretto
una sorta di neutralizzazione delle differenze,
il concetto di radical chic esprime una concezione elitaria
che promuove  il cortocircuito tra la politica e la vita,
tra la realtà immaginaria e il reale concreto.
Dal libro di EUGENIO CAPOZZI, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio 2018),
riproduciamo alcuni passi dal paragrafo
“Borghesi, intellettuali e buoni selvaggi: la nascita del “radical chic”.


L’antioccidentalismo confluito nella rivolta giovanile dei baby boomers fu in realtà la prima evidente manifestazione di un’inedita forma di cultura politica che Ronald Inglehart avrebbe definito un “postmaterialista”. Essa si incarnava per lo più in un progressismo nato nella borghesia istruita e affluente, nelle classi alte e medie. La nuova sinistra elitaria tendeva a concentrare la propria attenzione non su temi socio-economici ma culturali: questioni legate ai diritti civili e al riconoscimento di status per categoria o gruppi ritenuti fino a quel momento discriminati.

Questo mutamento decisivo di paradigma venne individuato per la prima volta, dal punto di vista di un’ardita critica sociale, nel saggio Radical chic, pubblicato nel 1970 dal giornalista e scrittore statunitense Tom Wolfe.
L’autore, già noto all’epoca per il suo stile di scrittura anticonformista e per i suoi reportage sulla controcultura americana, descriveva con toni sarcastici la festa organizzata il 14 gennaio 1970 dal celebre musicista e direttore d’orchestra statunitense Leonard Bernstein e da sua moglie, l’attrice cilena Felicia Montealegre, nella loro casa di New York per raccogliere fondi destinati alle Black Panthers, organizzazione che riuniva l’ala più radicale del movimento per i diritti civili degli afroamericani.
Attraverso immagini paradossali e spiazzanti lampi introspettivi, il saggio di Wolfe ridicolizzava gli imbarazzi, i luoghi comuni, le giustificazioni, gli slanci dei padroni di casa e degli illustri invitati, demolendo magistralmente l’ipocrisia del bel mondo culturale statunitense e la sua fascinazione estetica per l’estremismo politico.
Certo, Il borghese che si atteggia a rivoluzionario era esistito fin dalla nascita delle ideologie socialiste e anarchica. Ma rispetto a questo modello i radical chic smascherati da Wolfe si differenziavano almeno per tre elementi fondamentali.
Innanzitutto la loro militanza era, secondo i parametri enunciati sopra, di tipo culturale: non una lotta di classe ma, ai loro occhi, lo scontro tra una mentalità nuova e una ormai obsoleta.
In secondo luogo, le cause che si sostenevano non avevano un rapporto diretto con la loro condizione sociale, ma erano scelte in base a criteri di ordine etico e persino estetico, sulla spinta di un moto “esistenziale”.
Infine, essi intendevano la militanza politica non tanto come un lavoro paziente e quotidiano, una missione, un sacrificio, un’eredità da tramandare a eredi e posteri, quanto come un piacere, una variante delle attività di socializzazione, e in ultima analisi come atto eminentemente simbolico.

L’ascesa del radical chic costituisce di per sé un passaggio storico cruciale poiché sancisce il decisivo allontanamento della dialettica politica occidentale da una tradizione in cui la formazione politica degli individui era regolata dallo studio di un’ideologia e dall’apprendistato all’interno di organizzazioni partitiche piramidali, in una progressiva scalata dalla base al vertice.
La svolta segnalata dal movimento della controcultura imponeva un approccio nuovo: orizzontale e non più verticale, fondato sul carisma personale, sul fascino, sulle frequentazione piuttosto che sullo studio e sulla preparazione tecnica. Anche l’organizzazione politica e la leadership, dunque, come la cultura politica, si spostavano dalla sfera razionale a quella emotiva.
Dal relativismo esploso a livello di massa i nuovi progressisti borghesi traevano poi un impulso di fondamentale importanza, che potremmo chiamare “politica tribale”. Ci si schierava non più per adesione a un libro sacro o per disciplina di partito, ma per l’appartenenza, per sintonia emotiva, per amicizia, per amore.
L’avvento del radicalismo chic, nel quale le tradizionali differenze ideologiche tra progressismo e radicalismo rivoluzionario scolorivano fino ad annullarsi, segnava l’irruzione nel mainstream della dialettica politica occidentale di un vero cortocircuito tra politica e vita, che avrebbe svolto un ruolo dominante nei decenni successivi. Esso consisteva nel fatto che il borghese colto di sinistra non sposava più la causa delle Black Panthers in base a un’analisi ideologica, ma perché vi intravedeva qualcosa di emozionante, un modello di vita alternativo alla propria società e per questo preferibile; vi intravedeva l’attrattiva esotica di un “lontano”, in quanto tale liberatorio. Insomma un “diverso” da amare, accogliere e imitare a prescindere. Con l’idea che confondersi con quella diversità costituisse l’espiazione di una colpa atavica: quella, appunto, di essere occidentale e in quanto tale imperialista.

Aspetto più paradossale del relativismo radical chic stava nel fatto che, nel momento in cui il progressista borghese riteneva di essersi finalmente liberato del proprio etnocentrismo mettendosi allo stesso livello di tutte le altre culture, incarnava invece la più estrema occidentalizzazione della politica occidentale.
Quella torsione sentimentale dell’ideologia, Infatti, faceva sì che il relativismo guardasse attraverso una lente personalizzata tutti i fenomeni che adottava a supporto del suo slancio purificatore, astraendoli dal loro contesto concreto e concentrandosi sul loro valore simbolico. Tradizioni, idee, movimenti, conflitti provenienti da società esterne all’Occidente, o a minoranze interne ad esso, venivano da lui accomunati senza troppi complimenti, a dispetto delle enormi differenze e reciproche incompatibilità, a un unico obiettivo: la ribellione contro l’assolutismo occidentale il nome di un mondo senza più ordine e centro, accomunato soltanto dalla diversità. (pp. 71-74).

 

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