Sul materno, l’incestuale e il destino del soggetto

Intervento di Gabriella Ripa di Meana
svoltosi a Torino, Circolo dei lettori, il 22.11. 2014
in occasione della presentazione del libro di
Jean-Pierre Lebrun
Les couleurs de l’inceste. Se déprendre du maternel (2013).
Ringraziamo l’autrice e il Sito di Moreno Manghi da cui è tratto il testo.

      Per fare onore a questo libro – che di onore ne merita molto – credo proprio di dovermi cimentare con un racconto: cioè col racconto del viaggio che Jean-Pierre Lebrun ci fa fare mentre leggiamo il suo: Les couleurs de l’inceste – Se déprendre du maternel Il nostro scrittore è uno psicanalista.
       Psicanalista … che è come dire chi, a differenza di un filosofo, parla e scrive a partire dai propri incontri quotidiani con i pazienti. Il che implica (cito quasi alla lettera da un altro dei suoi libri [Le monde sans limite]) che un analista parla a partire dal confronto con un reale che riconosce di essere incapace a padroneggiare.        Perché effettivamente fa l’esperienza di veder vacillare il proprio sapere di fronte alla complessità di ogni soggetto e del suo libero arbitrio. Insomma un analista è un terapeuta che non dispone del suo potere terapeutico. 
E questo … non per impotenza, ma per impossibilità.
     Una volta menzionato questo presupposto fondamentale della sua scrittura teorica, entro subito nel cuore delle questioni sollevate in questo libro, cercando di creare con le mie parole qualche breve stazione di posta … non potendo che trascurare, in poco tempo, molti preziosi passaggi di questo affascinante viaggio.
Il patriarcato è finito – constata il nostro autore. E ha cominciato a finire tanto tempo fa. Lacan sosteneva che la comparsa della psicanalisi andasse ricondotta proprio a un tale controverso declino.
      Dunque: se la legge del padre è svanita, l’interdetto edipico non può che restare inoperante.
Ma che cosa s’intende con queste sintetiche asserzioni?
     S’intende che non si verifica più quell’indispensabile atto di separazione con cui viene impedito al desiderio della Madre d’inondare il terreno di ogni altra domanda.
     Questo implica che il godimento primario, che non ammette dighe, abbia campo libero … senza limiti. Ed è così che siamo scivolati progressivamente in un imponente, pervasivo, trionfo del materno.
     Infatti se il padre (o chi per lui) non sa dividere, non sa più separare il figlio o la figlia dall’alveo originario che li alimenta e che si autoalimenta; se non fa funzionare una legge che riesca a evitare che il sistema imperante colmi qualunque lacuna; insomma se nessuno si fa rappresentante di una legge che regoli l’impossibilità di avere e di essere tutto … ebbene: l’imperio dell’incesto è assicurato.
Ora, con la parola incesto non si vuole tanto significare la pratica realistica dell’atto sessuale incestuoso, quanto piuttosto quella particolare esperienza del tutto è possibile in cui sembra smarrirsi il progresso della postmodernità. E perciò Lebrun definisce un simile progresso: traumatico.
Perché esso – nel nobile nome di una democrazia egualitaria che è riuscita ad abolire le iniquità di un patriarcato fondato sulla repressione della donna, del bambino e della differenza – si è trovato a cancellare funestamente anche la propria ombra.
E allora questo testo ci accompagna nel ritrovamento dell’ombra, di quell’ombra in cui si intravede quanto appare tragicamente perduto. Effettivamente oggi – nella luce abbagliante di un materno diffuso, che include nella propria blindatura sia il padre che la madre moderni – finiscono per essere perduti: l’assenza, lo scarto, l’alterità, l’asimmetria, l’ineguaglianza. Come perduto è l’uso di una parola che apprezzi il silenzio da cui nasce; di una parola che impegni chi la pronuncia a enunciarsi, a cercarsi … senza sconfessare quindi il fatto che l’inconscio, per farla vivere, la interrompe o la taglia.
Gabriella Ripa di Meana
     Perché – vedete – la vita profonda di ogni parola sta nel lapsus che la fa vacillare, come nell’oblio che la fa dimenticare. È nell’oblio come nel lapsus, infatti, che affiora la nostra alterità e il nostro sapere più incognito. È lì che affiora qualche frammento di verità. E lì ci possiamo riconoscere come soggetti divisi, destinati in quanto tali a fronteggiare i costi della parola e del legame sociale.
     Invece oggi abbiamo per lo più a che fare con un soggetto che tutto questo lo ignora. Ignora che il linguaggio – caratteristica esclusiva del nostro essere umani, cioè creature segnate e incompiute dal fatto di parlare – chiede un alto scotto da versare.
     Ebbene una simile possibilità (leggiamo nel saggio di Lebrun) si verifica soltanto se ce la facciamo a scollarci dal mondo chiuso, protettivo, fusionale della Madre, da quel mondo autosufficiente e refrattario a tutto ciò che separa, che nomina e che distingue.
Ecco questo è il grande debito di simbolico in cui ci lascia la malattia sociale e morale del nostro tempo. Del resto, uscire dallo stato autoreferenziale di un godimento a tutto campo significa anche interrompere l’indifferenza del singolo rispetto alla collettività. E di questa indifferenza molto soffre la società contemporanea!
     Insisto: l’individuo maternale si pretende non diviso, cioè senza inconscio. Si propone come sganciato dalle leggi della propria lingua, che significa dalle leggi del legame sociale. Si è abituato a pronunciare parole e frasi subalterne (prescritte dalla comunicazione che lo pervade come una madre completa), sensazionali, ma sfibrate … sfornite di autorevolezza e di autore. L’individuo maternale evita in ogni modo la propria ombra … nega l’altra scena, sconfessandola come inutile e insensata.
La lingua predominante è sempre di più una lingua gestita, un linguaggio alienato alle leggi che lo riguardano.
    Alienato alla responsabilità che abbiamo sia nei confronti di quanto esplicitamente enunciamo sia nei confronti di quanto inconsciamente taciamo.
In effetti, oggi si parla per lo più una lingua noiosa, degradata, stereotipata, incapace di costruire una frase appassionata e appassionante, che commuova il desiderio. E questo è un sintomo vistoso che contraddistingue la patologia contemporanea, la quale si edifica sulla mancata cura del rapporto con l’altro.
Ciò detto, penso a Lebrun, che è stato molto criticato per aver osato uscire dal bipolarismo radicale delle letture autorizzate a destra o a sinistra, proponendo una versione eccentrica, non convenzionale, delle cose.
      E al riguardo, vorrei formulare una mia breve riflessione.
Ritengo che del presente non si possa parlare se non mantenendo una posizione sfasata: una posizione non coincidente, addirittura dissonante. In definitiva, mi sento di sostenere che per riflettere sulla contemporaneità non ci restino da fare che meditazioni ‘inattuali.
Del resto che cosa c’è di più perturbante (nel senso freudiano di simultaneamente intimo ed estraneo) che il tempo in cui viviamo?
    Al nostro tempo apparteniamo irrevocabilmente. Non ci è dato sfuggirgli. Contemporaneo, quindi, è chi tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, ma per percepirne non tanto le luci, quanto il buio.
Del resto giorno per giorno, nel corso della sua pratica quotidiana e dei suoi studi, un analista non può che sperimentarsi immerso nell’oscurità.
Bene allora torniamo all’incesto e ai suoi colori e, a questo punto, siamo forse in grado di comprendere che cosa sia mai … l’incestuale, di cui ci parla il nostro autore.
     Si tratta del clima nel quale è a mollo il discorso sociale contemporaneo.
Un discorso che si trova in stallo, proprio perché vede svanire l’interdetto edipico (mi ripeto: quell’interdetto che impone, di fatto e in nome del desiderio, l’abbandono del godimento primitivo e totalizzante che altro non chiede se non l’autosoddisfazione. Ma dove c’è autosoddisfazione diventa irrisoria la legge della parola … il soggetto precipita nella logorrea – che è come dire, nell’afasia).
Una simile rovina della parola e delle sue leggi segnala, come nient’altro, fino a che punto il processo di soggettivazione (o meglio, dice Lebrun: di umanizzazione) sia oggi in crisi.
     In realtà, secondo l’autore, non basta appartenere alla specie umana perché umanizzazione ci sia.
Non basta.
     È necessario correre dei rischi, superare dei grandi ostacoli.
     E il primo fra tutti i rischi è quello che s’incontra nell’arduo cammino da percorrere per riuscire a separarsi dal Grande Altro. Da quel Grande Altro che è stato, all’origine di ogni vita, l’unico riferimento psicosomatico per essere e per non essere. Ma che poi bisogna poter lasciare.
Mentre, davanti a un simile impegno, il soggetto di oggi è solo.
     Oggi il soggetto è immerso in un mondo che Lebrun chiama del bambino generalizzato.
     Un bambino che, a forza di risparmiargli l’impurità del reale (magari stipandogli la mente degli orrori di una fantasia carton-animata) si trova affidato alla violenza di una società regressiva che abusa in lungo e in largo di lui prima di tutto non facendolo crescere mai.
   Ecco una delle forme più insidiose dell’incesto.
Ora l’io che non è padrone in casa propria (inestimabile aforisma freudiano) sarà pure un io tragico, ma è soprattutto un io fecondo.
     È un io la cui onnipotenza è stata frenata dall’irruzione dell’altro discorso … di un discorso altro che ha allargato di immaterialità, di irriducibilità e di trascendenza i suoi confini … grazie, per esempio, anche ai sogni, ai sintomi e agli atti mancati … insomma: grazie alla preziosa presenza di un’assenza. Assenza, buco, lacuna, mancanza, per dire anche ospitalità. [Penso a Lévinas quando sostiene che non vi può essere amicizia, ospitalità né giustizia se non là dove l’alterità dell’altro viene tenuta in conto, benché sia incalcolabile.] Oggi invece, trionfa l’io del bambino incestuoso, abusato persino dal potere simbiotico di una paternità, espletata soltanto in odore di madre …
Così l’io abusato si fa abusante e si stringe il nodo con cui impiccare l’insostenibile e vitale alterità.
Alterità. Ma che cos’è l’alterità?
      L’alterità è appunto l’altro.
      Non il diverso soltanto, che magari – diverso che sia – si immedesima e fa tutt’uno (come accade oggi tra donna e uomo, padre e madre, moglie e marito, genitori e figli).
No. L’altro è ciò che viene da un altrove, è ciò che mette in scacco un sapere autarchico e prevedibile come quello promulgato dalla diade fusa e confusa padre-madre (ovvero dall’intangibile, autocelebrativo, bozzolo originario). L’altro è quanto crea uno scarto, una crepa, nel godimento garantito. E, in tal modo, ci consente di parlare … senza avere paura di trovarci divisi tra identità ed estraneità.
     L’alterità vive, per fare ancora un esempio, in quella legge che indica nel sintomo non solo la presenza di una malattia, ma anche l’allusione a un’imprescindibile assenza.
Viceversa: a forza di ricusare alterità e assenza (sostiene Lebrun) siamo immersi nei colori dell’incesto.
    Ebbene in questa policromia incestuosa che ci pervade, le occasioni di scambio e di legame si sostengono, non più sulla rimozione, ma sul diniego. Sul diniego che appunto sconfessa le formazioni dell’inconscio, perché producono sfasamento, disparità e divergenza: quindi non sono. Perché non si adeguano a una sanatoria qualunque che provi a far tornare i conti in nome dell’Uno, del Pieno e del Tutto: quindi non è rilevante che siano.
Insomma sono svariati i colori dell’incesto poiché assumono le molteplici sfumature dell’immediato sicuro, di una trasparenza senza veli, di una complicità collosa che produce uno stato di letale soddisfazione.
Tuttavia, detto questo, il discorso di Lebrun sottolinea che, con la caduta del patriarcato (di cui fa una bellissima analisi attraverso l’Orestea di Eschilo) sono subentrati agli abusi di potere del padre e del maschio i disastri del moderno impotere.
Così viene tendenzialmente demonizzato chi si rende responsabile di un posto d’eccezione.
La legittimazione dell’autorità si è dissolta portando con sé, in una triste confusione, ogni forma di autorevolezza, ogni distinzione sessuale sia nella famiglia che nel sociale.
     In altri termini, la democrazia egualitaria (che pure tante irrinunciabili conquiste ha raggiunto) ha finito per precipitare in un impensabile abisso. L’abisso della disumanizzazione del singolo e della cultura collettiva.
E, secondo il nostro autore, si parla di disumanizzazione quando condizioni di delirante autosufficienza fanno vivere il figlio o la figlia in un sistema dove predomina un sapere chiuso nel controllo e iperprotettivo: cioè un sapere che incessantemente si autoalimenta nella difesa dal rischio, dalle incognite e dall’errore.
Un sistema familiare, per esempio, in cui il padre e la madre hanno cassato ogni reciproca differenza in nome di quella cosiddetta ‘genitorialità’ che accomuna, incolla e confonde (facendo tutt’uno della differenza sessuale come delle distinzioni del pensiero e del linguaggio).
L’idea attuale (e molto praticata) di ‘genitorialità’ è fondata, tra l’altro, sulla comunicazione (divinità intoccabile del nostro tempo sempre connesso).
    E la comunicazione implica la necessità di uno scambio rigorosamente alla pari, di uno scambio riuscito … cioè privo d’ogni enigma e malinteso.
In altre parole, di uno scambio privo dell’aspetto più avventuroso e appassionante di un incontro: ovvero del suo limite, del suo rischio e persino della sua opinabilità.
I genitori oggi pretendono di muoversi all’unisono.
     Chiedono di venire intossicati da precetti di comportamento, con cui spegnere ogni distinta passione.
     Il mito genitoriale è quello della protezione e dell’uniformità a qualsiasi prezzo … che il figlio (con loro … eterni infans) non debba patire gli spiazzamenti prodotti da un discorso fallibile! Non debba conservare la fame di una domanda.
      Dunque: sia sazio, ricolmo e inevitabilmente … annientato.
      Oggi il padre tende a dotarsi di poche vie d’uscita e tutte scadenti.
     Infatti: o fugge (perché non sopporta, non può, farsi carico della perdita che dovrebbe infliggere al corpo-a-corpo tra figlia/o e madre), oppure resta nella coppia. Ma per lo più ci resta incastrato. Resta cioè in nome del presunto bene dei figli e della famiglia. Nessun taglio, nessuna verità, nessun rispetto reciproco, solo vincolo e sempiterna autoreferenzialità.
     Allora, la famiglia neoliberal – appiattita nella parità – non si accorge più di aver perduto la dialettica, le diversità, le parole e persino l’amore, né vede più come invece sia l’odio rissoso e una certa mollezza espressiva a tenerla troppo spesso incestuosamente insieme.
E allora, dopo la lettura di questo testo, insieme a voi mi chiedo: può la psicanalisi trasmettere ancora una sua cultura e il suo prezzo di civiltà? Penso proprio di sì. E penso soprattutto che, in questo mondo così tanto svalorato, la speciale ricerca che la psicanalisi ha aperto e ancora apre possa costituire una preziosa occasione vivente di cultura e di civiltà.
E, sempre sulla linea di questo bel saggio analitico, mi sta a cuore ricordare come sia fondamentale nel lavoro della propria analisi acquisire la percezione acuta delle conseguenze della parola.
    Perché solo quando si riuscirà a parlare, facendosi carico di quel che si dice (cioè pagandone il prezzo [compreso quello di stupore e di ignoranza]) … ebbene solo allora si potrà sperare che l’aspetto più cieco e asfittico dei sintomi lasci il soggetto, consentendogli la libertà di cominciare ad andare.
Del resto nel tentativo di farci comprendere dagli altri e di capire gli altri, non possiamo che confrontarci con un’impossibilità. L’impossibilità stabilita dalle leggi del  dire … quelle leggi che – nel momento in cui sollecitano le potenzialità del senso – ne arrestano la bramosia di significati ultimi.
    Il che permette di continuare a provare, provare ancora, sbagliare e di nuovo tentare.
Dunque (come ci insegna Lebrun) quel che un’analisi può contribuire a svegliare è la nascita di una parola nella sua radicale responsabilità. Secondo il postulato che     quanto più la propria parola affonda nell’assenza, nell’ignoto, tanto più il soggetto ne è responsabile … ovvero se ne trova scolpito.
In effetti la nostra civiltà maternalista (dove al patriarcato è stato sostituito un indistinto egualitariato, dove al misterioso tempo delle cose è stata sostituita la
tirannia dell’immediato
) ci immerge (e si immerge) in un marasma di parole sprecate.
Ora vi suggerisco di notare (anche grazie all’occasione di questo libro) come la pratica analitica e il suo lavoro teorico non si limitino a mettere a punto l’intimo di un soggetto privato, ma favoriscano – soprattutto attraverso il cammino di cresta di ogni soggetto sintomatico – un vero e proprio lavoro di umanizzazione.
E un tale lavoro non può che mettere in crisi la funzione onnivora dell’Uno, emancipando il soggetto del legame sociale tramite la ruvida legge del desiderio.
    Ma non desiderio di cose, di oggetti, di riconoscimenti, di emolumenti, bensì desiderio di nessuna cosa. L’essere umano ha bisogno di poter rischiare per un’impresa ben più ardua che quella di possedere degli oggetti in più … ma per l’impresa di raggiungere il desiderio di desiderare. Viceversa nel mondo della procreazione paternalmente assistita ovvero nella famiglia bi-monogenitoriale (secondo le formulazioni trovate dal nostro autore) l’universo dovrebbe formicolare di risposte, di responsi d’ogni tipo – mediatici, internautici, psicologici, accademici o new age. Dovrebbe cioè rimpinzarsi di presenza.
      È un mondo in cui è difficile che qualcuno tacia … e che tacia, magari, per una certa deferenza nei confronti della parola e del pensiero.
Su questa ultima riflessione mi fermo per dire che molti sono i passaggi affascinanti che ho trascurato nel raccontare questo testo ricchissimo.
      Molte sono le analisi di film davvero illuminanti con cui l’autore ci accompagna per inquadrare sempre meglio il suo tema.
Rimando tutto questo alla vostra lettura che spero – grazie ai molti vuoti del mio racconto – di avervi reso, più che utile, decisamente necessaria.

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