• TEMPO DEBITO. Sulla temporalità all’epoca del corona virus.

    Pubblichiamo quest’intervento di
    Giancarlo Ricci TEMPO DEBITO.
    Si tratta di alcune note psicoanalitiche
    sulla temporalità e sul debito di vita
    all’epoca del corona virus.

     

         A tempo debito. Tutto riprenderà a tempo debito. “A tempo debito” è un’espressione che troviamo spesso in Boccaccio, nel Decameron, tra le parole di coloro che si erano rifugiati in campagna per trovare scampo alla peste che dilagava a Firenze.  
    J. Waterhouse
    Dunque i rifugiati aspettano a tempo debito il ritorno alla vita normale. Come la vita dei monaci che pregano e cantano “alle debite ore”, così, nel Decameron, i dieci giovani scandiscono le loro giornate con varie attività tra cui appunto, a turno, il racconto di fantasiose novelle. Alcune delle quali abbastanza licenziose, quasi a indicare, nella distanza tra le parole e i fatti, un volto inedito della sublimazione. Le cose rimangono sospese e a tempo opportuno riprenderanno.

          L’espressione a “tempo debito”, al di là del Decameron, mi sembra tracci nascostamente una serie di rinvii.  Significherebbe a tempo dovuto, a tempo opportuno; implica una sospensione, uno stare fermi, un’attesa. Del resto la parola tempo rinvia a taglio, separazione, divisione. Ecco il punto dolente: siamo separati e isolati rispetto a una temporalità precedente. Ci troviamo, come in un brano musicale, fuori tempo, senza ritmo o in un ritmo sincopato.
           L’attesa introdotta dal “tempo debito” divide, ci separa dal mondo. Ogni attesa in fondo instaura una distanza tra l’adesso e il dopo, tra quello che chiamiamo presente e futuro.  Tuttavia, in un certo senso è il dopo che trascina l’adesso, è il futuro che assegna un senso al presente, che lo forgia nelle sue aspettative. In fin dei conti è il desiderio quell’istanza che trascina, talvolta vorticosamente, l’adesso verso un dopo; quasi lo istituisce. E ancora: l’adesso è il tempo della preparazione, dell’organizzazione; il dopo sarà il tempo della soddisfazione, del godimento. In fin dei conti l’economia del nevrotico è tale perché si scontra immancabilmente con questo contrattempo. Egli vorrebbe che in simile economia rimanesse fuori gioco il reale, quella spaccatura che si insidia in ogni aspettativa, quella distanza imponderabile che rende impossibile una linearità tra presente e futuro.
    Bassorilievo di Kairos
             Il tempo dell’attesa ci tiene lontani dall’opportunità del mondo, delle relazioni, degli scambi, in definitiva dalla vita. Nel tempo dell’attesa siamo agli antipodi del kairos che per i greci era il tempo opportuno, la magia fulminea del tempo giusto da cui scaturisce l’atto. Possiamo azzardare che il tempo comporta una giustizia o forse, silenziosamente e senza fretta, la instaura. Nell’umano vi è una giustizia psichica i cui effetti talvolta vengono avvertiti come incomprensibili segni del destino. Ogni cosa a suo tempo, si dice. In effetti, nella realtà psichica – suggerisce Jacques Lacan – le cose accadono lungo un ritmo che alterna il “tempo per comprendere” e il “momento per concludere”.
          Eppure se non viene immaginato un dopo, se non si delinea all’orizzonte ciò che sarà o potrà essere, l’adesso risulta un inferno, una dannazione. Infatti il dopo dà consistenza al senso dell’adesso. Se sottraiamo questo senso fino al suo grado zero, l’adesso si pietrifica, risulta invivibile. La vita non riesce più a vivere. Il tempo debito svanisce invaso dalla pulsione di morte o meglio dalla morte della pulsione. È il paradosso di ogni forma di nichilismo che ingaggia una sorta di corpo a corpo, a colpi di distruzione, contro l’inesorabile rapina attuata dal tempo. Nell’iconografia medioevale è la fatidica falce pronta a cadere e a tagliare il filo della vita.
    Dorè
           Freud, nel suo saggio Il poeta e la fantasia (1907) – titolo illuminante per accostarsi al tema del tempo – non si limita a considerare il presente e il futuro. Interrogandosi intorno al rapporto della fantasia con il tempo afferma: “Si deve dire che una fantasia ondeggia quasi fra tre tempi, i tre momenti temporali della nostra ideazione”. In definitiva la temporalità deve fare i conti con quello che chiamiamo passato: “Passato, presente e futuro, sono come infilati al filo del desiderio che li attraversa”. Più precisamente: “Il desiderio utilizza un’occasione offerta dal presente per progettare, secondo il modello del passato, un’immagine dell’avvenire”.
    J.H. Füssli: Die drei Hexen, 1783
           Quest’ultima considerazione indica un movimento che prende le mosse dall’istanza del desiderio il quale progetta, “secondo il modello del passato”, “un’immagine del futuro”. La sequenza logica (ma non cronologica) sarebbe dunque: presente, passato, futuro. O meglio: il presente non può progettare il futuro senza attraversare il passato. Lacan, che amava le omofonie e i giochi di parole, da qualche parte fa notare che la forma di negazione in francese, il pas…sans, è omofona a pas de sens, ossia a nessun senso, alcun senso. Il gioco consiste nell’omofonia tra sens e sans, in cui cambia una sola lettera. Ovvero: il presente non ha alcun senso senza passare per il passato. Del resto proprio nell’ultima frase che conclude l’Interpretazione dei sogni Freud afferma che “il sogno ci porta di sicuro verso il futuro; ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato”
    Le tre età dell’uomo, Tiziano.
    Perché è rilevante questa logica ternaria della temporalità? Perché rompe la diade speculare presente-futuro, ne mostra, per così dire, l’impotenza, lo scacco. Fa decadere quella logica di padronanza con cui l’Io, nel suo individualismo narcisistico, vorrebbe porsi al centro del mondo, addirittura dominando il tempo. La tecnologia si offre volentieri al servizio di questa padronanza promettendo il superamento di questi limiti, così come il sistema economico la promuove o addirittura la impone.
          L’istanza di quello che si chiama passato rappresenta dunque una terzietà che si insinua in ogni tentativo di rendere automatico, lineare, naturale la relazione tra presente e futuro. Questa terzietà si manifesta secondo la logica della retroattività – il termine freudiano è Nachträglichkeit – che è all’opera nel processo di rielaborazione di ciò che sarà stato. Tra la forma verbale del futuro anteriore e quella del futuro semplice c’è di mezzo appunto l’infinito: le nostre memorie, le nostre storie e le ripetizioni che regolarmente le attraversano quasi indirizzandole verso quello che appare un destino. Non a caso il verbo historeo oltre a significare investigo, esploro, ricerco, osservo, significa anche vengo a sapere, imparo, conosco dopo ricerche.
          In definitiva il concetto di retroattività, spesso frainteso o sottovalutato, può ritenersi il cuore della temporalità psichica perché va di pari passo con il lavoro della rielaborazione. Più precisamente: nella clinica psicoanalitica non potrebbe svolgersi un processo di rielaborazione e un lavoro di rettifica senza l’istanza della retroattività. La suggestione risulterebbe in tal senso una scorciatoia. Detto dalla parte dell’inconscio risulterebbe un’istigazione alla ripetizione in quanto il “passato”, anche se rimosso o espunto, immancabilmente ritorna, bussa ripetutamente a quella porta da cui è stato fatto uscire.
           Eludere questo lavoro incessante che si muove nell’infinito della nostra storia, comporta la presunzione, come scrive Walter Benjamin, di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Questo rischio, ben presente in ogni nevrosi, alla lunga trascina il soggetto in una cecità fatale. Questi, con i piedi ben saldi sulla cima di un iceberg crede di padroneggiare il mare e i suoi orizzonti ma non si accorge che l’iceberg si sposta lentamente, gira, oscilla, ondeggia e in ogni momento è pronto a capovolgersi portando alla luce una parte sommersa. Forse questa metafora può esemplificare ciò che è accaduto (e ancora deve accadere) con il corona virus? Ma non può essere invece che proprio questa instabilità determinata dall’isolamento, dalla solitudine e dalla distanza sociale possa diventare l’occasione per imparare a “stare vicini” a sé stessi? Cosa non facile perché il virus scombina il gioco del vicino e del lontano, del dentro e del fuori. La pretesa “giusta” distanza dal “nostro prossimo” – quello “interno” o quello “esterno”? – scardina ogni prossemica. Lacan talvolta assimila il concetto di prossimo con l’Altro ed afferma: “Il prossimo è l’imminenza intollerabile del godimento” (Seminario XVI)
          Il celebre “ama il prossimo tuo come te stesso” implica logicamente un suo corollario: “ama ciò che è prossimo in te stesso”. Ossia: accogli cioè quella “parte” di te che risulta più estranea e oscura. Senza amare ciò che è prossimo in noi stessi come possiamo amare coloro che ci circondano? In definitiva il “prossimo”, colui che è a noi più vicino (Nebenmensch), che ci sta accanto più o meno silenziosamente, andrebbe situato “dentro” di noi, in un’interiorità talvolta difficile da riconoscere e da ammettere. Il “prossimo” – istanza originaria, opaca e talvolta  irrappresentabile – è innanzi tutto all’interno di noi, ancor prima di riconoscerlo e ritrovarlo fuori di noi, all’esterno. Insomma l’Alterità, istanza mai identica a se stessa, rischia sempre di essere intravista e identificata in una topologia rovesciata. È un malinteso enorme. Per esempio l’insistenza con cui Lacan ci tiene a precisare la differenza tra l’altro e l’Altro è l’indice di questo malinteso.
    Miniatura del 1220
    Oggi, per proteggerci dalla pandemia, non c’è altro modo che aspettare, fermarci, prendere dimestichezza con la sospensione e l’isolamento. Il tempo cronologico pare fermarsi, la ruota del tempo sembra rallentare o forse è uscita dal suo asse. “Il tempo del mondo è fuori dai cardini; ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto”, recita l’Amleto di Shakespeare. Che cosa sarà? Come pensare il dopo? Come immaginare l’avvenire?
          Se il presente non accoglie il tempo della retroattività, ossia l’intendere differentemente ciò che si è sempre ritenuto di aver capito e di aver creduto, verrebbe confermata la formula di Walter Benjamin: “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Sarà, di fatto, un dominio fallimentare, distruttivo, incoerente. “L’avvenire – nota il giurista Pierre Legendre – è una lettera timbrata. L’effetto di ritardo (“après-coup”) di quel che nominiamo presente dirà̀ se stiamo organizzando l’autodistruzione della specie o se, più̀ banalmente, incombe la minaccia di una schiavitù̀ inedita, massacrando con avventatezza qualche generazione sacrificata alle facilitazioni dell’individualismo di massa.”
          Torniamo alla locuzione “a tempo debito”. Nelle precedenti considerazioni ci siamo soffermati velocemente sul tempo. Ora occupiamoci dell’aggettivo “debito”. Quali connessioni tra queste due entità? Evidentemente siamo lontanissimi da un’accezione finanziaria o monetaria di debito. Essa indica piuttosto “il dovuto”: ciò che dobbiamo restituire alla temporalità dell’esistere, alla condizione di esseri viventi, a ciò che ha permesso che noi esistessimo, ossia, in definitiva, a quell’atto procreativo da cui siamo nati. Da quell’atto in poi siamo “entrati” simbolicamente e realmente nella temporalità della vita, nel tempo delle generazioni, nel ritmo delle genealogie, nell’alternanza della vita e della morte.
        “Il tempo debito” risulta essenzialmente un’istanza simbolica che risiede nel cuore della soggettività. Formulato da un’altra angolatura, esso istituisce la condizione di figlio come colui che ha ricevuto la vita. Tutti siamo giunti su questo mondo nello statuto di figlio, soggetti a un debito di vita. Il tempo che ci è dato non riuscirà ad estinguere tale debito perché è inestinguibile. A partire da questo debito ciascuna soggettività si forma nella differenza tra ciò che sarà stato (la sua storia) e ciò che sarà (il suo destino). Tra queste due polarità temporali in definitiva aleggia una parola enorme: la vita. Essa è donabile ma non è restituibile al donatore. In un certo senso la si può restituire (parzialmente) solo in quanto dono, diventando per esempio padre o madre.
         Che cosa è dunque la vita se non quel dono che ciascuno, volente o nolente, ha ricevuto, che non può restituire e che non instaura alcun obbligo, alcuna legge se non una legge dell’etica? Non a caso questo concetto di debito è prossimo a quello di colpa (in tedesco il significato di Schuld oscilla tra debito e colpa). Il senso di colpa arriva quando un soggetto crede di poter restituire ciò che ha ricevuto: ritiene così di poter chiudere il conto illudendosi di essere tornato “libero”. Ma qualcosa rimane ancora da restituire, anche se il nevrotico non sa che cosa.
         Proprio in quanto è irrestituibile, il debito simbolico non può essere azzerato. Il vivere comporta un debito strutturale. Il valore della vita non ha prezzo. I giuristi se ne sono accorti ben presto, come dimostrano gli studi, per esempio, di Ernst Kantorowicz quando esplora la storia dell’istituto germanico medievale del Wergeld, poi abbandonato dal diritto romano, relativo alla legittimità di pagare una somma come risarcimento per l’uccisione  di un uomo. In un certo senso, che la vita non abbia prezzo, ossia che sfugga a qualsiasi equivalente valoriale, negoziabile o scambiabile, ha effetti e implicazioni che istituiscono le fondamenta simboliche dell’umano e della sua comunità. Tali fondamenta regolano in definitiva il progetto biopolitico su cui si erige ogni civiltà. Meglio il contrario: ogni civiltà è tale in base al modello biopolitico cui si adegua. Su questo la psicoanalisi ha molto da dire.
         In questo denso percorso che abbiamo provato a tracciare, il “tempo debito”, cifra del dramma che stiamo attraversando, mette ancor più in evidenza che il vivere non riguarda il sopravvivere, l’inseguimento del mito dell’immortalità o delle varie forme di godimento narcisistico. Contro la predisposizione alla dissipazione, oggi eretta a sistema economico, l’esistenza di ciascuno non può far a meno di un vincolo rispetto al debito simbolico verso coloro – non più numerabili e ormai senza più nome – che l’hanno generata. Giustizia genealogica, generazionale ma anche psichica.
          Il nostro Prossimo che ci sta accanto e che ci segue come un’ombra luminosa sono Loro, innumerabili, parzialmente nominabili e riconoscibili.  Conta, come bene innegoziabile, ciò che Legendre esprime in modo sintetico: “La memoria della specie insegna: qualcosa nella vita è più̀ prezioso della vita, questa è il senza-prezzo che concerne la riproduzione dell’umanità. E che annuncia nuovi inizi”.
    NOTE BIBLIOGRAFICHE
    Pierre Legendre, Le visage de la main, Le Belles Lettres, Paris 2019 ; cfr. anche http://arsdogmatica.com/ .
    Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XVI. 1968-1969, Da un Altro all’altro, Einaudi, Torino 2019.
    Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1907), OSP, vol. V, Bollati Boringhieri, Torino 1972.
    Ernst Kantorowicz, Il misteri dello Stato, Marietti, Genova 2017.
    Gianluca Solla, Il debito assoluto, l’economia della vita. Edizioni ETS, Pisa 2018.
    G. Solla, L’ipoteca della vita, in “Re Mida a Wall Street”, Lettera, n. 5, Mimesis, Milano 2015.