• LA FILOSOFIA E IL CORPO. Su Annie Leclerc

    Di Luciana Piddiu pubblichiamo questo intervento a proposito di Annie Leclerc (1940-2006)
    L’intervento è uscito presso  la rivista “Per amore del mondo 16 (2019)”
    nell’ambito del sito  DIOTIMA (Comunità filosofica femminile) che ringraziamo.

    Segnaliamo presso questo sito, l’intervento di Leclerc “Parlerò anche di me” (vai al testo)

    Per scaricare il testo: http://www.diotimafilosofe.it/larivista/annie-leclerc-filosofia-radicata-nel-corpo-con-un-testo-di-annie-leclerc/

     

    Annie Leclerc. Filosofia radicata nel corpo
    di LUCIANA PIDDIU

    “Je parlerai aussi de moi” è l’incipit dell’intervento fatto da Annie Leclerc in occasione della Terza giornata mondiale della Filosofia, organizzata dall’Unesco nel 2004 sul tema “Filosofia e liberazione delle donne”. Al centro del discorso la passione filosofica, l’interrogarsi “in quanto esseri umani nel mondo”. La filosofia non può limitarsi a enunciare, ma ha il compito arduo di analizzare tutti gli aspetti dell’esistenza, le zone d’ombra, senza dare niente per scontato.

    Fondamentale per Leclerc dare conto del modo in cui il pensiero si forma, ‘‘tracciarne la genesi nella carne viva dell’esperienza’’. In poche righe viene spazzata via l’annosa dicotomia tra res cogitans e res extensa, ma soprattutto risulta rovesciato il paradigma beauvoiriano secondo cui “gli uomini partoriscono idee, le donne bambini”. Per Simone de Beauvoir, che scelse con grande determinazione di non fare figli, “le cure della maternità imprigionano la donna nella vana reiterazione e nell’immanenza, condannandola all’inessenziale, che non torna mai all’essenziale” (Le Deuxième Sexe, I cap.). Se la donna vuole accedere alla trascendenza, da sempre appannaggio degli uomini, e superare l’insignificanza storica alla quale è relegata “occorre distruggere quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna” (II cap.). Non è certo un caso che de Beauvoir ponga in apertura del secondo volume del suo libro la citazione di Kierkegaard: “Che disgrazia essere donna! Tuttavia, il male peggiore per una donna consiste nel non capire che è un male”.

    Del resto nelle Memorie di una ragazza perbene Simone de Beauvoir afferma spavalda che si piccava “di avere un cuore di donna e un cervello di uomo”. Siderale la distanza da Leclerc per la quale si può e si deve filosofare a partire da sé, dalla propria esperienza, dal proprio corpo sessuato. Per non lasciare adito a dubbi esplicita il concetto: “Philosopher avec son corps dedans”. Con questo il pensiero di Leclerc anticipa e dà radici profonde al femminismo della seconda metà del Novecento, che costruirà la propria pratica di liberazione a partire dal corpo. La contrapposizione tra natura e cultura, tra immanenza e trascendenza, nella quale all’uomo spetterebbe il ruolo gratificante di inventore, creatore di simboli e alla donna – incatenata al suo corpo come un animale in tutti i passaggi della sua vita – quello di subire passivamente il proprio destino biologico, denota in Simone de Beauvoir la persistenza di un punto di vista secondo cui la riproduzione delle condizioni stesse dell’esistenza, la maternità e la cura della prole, sarebbero prive di valore in quanto puramente naturali. Ora, nessuna delle esperienze dell’essere al mondo, neanche la maternità, è unicamente naturale, innata e immediata. Anch’essa è formazione culturale. Se far nascere figli è puro fatto biologico, la donna non ha in questo alcun merito, è un semplice tramite della natura. Si nega in questo modo valore creativo al sesso che genera, e più in generale si impedisce che il generare figli entri a far parte dei modelli simbolici che decodificano il mondo, lo interpretano e lo cambiano. Niente di più lontano dall’approccio di Leclerc: “Essere femmina, crescere, avere dei seni, ma anche le regole… essere incinta, mettere al mondo una creatura, sono gioie stupefacenti” (ibi).

    Questa magnificazione del corpo sessuato, dove dietro il godimento e la gioia si intravedono qua e là lati oscuri che vanno rischiarati, ha bisogno di parole per essere detta, condivisa e rappresentata. Da qui la centralità della parola e la sua insostituibilità, per non essere soverchiate dallo spessore delle emozioni. Prendere la parola, e spezzare in questo modo il tabù millenario che imponeva alle donne di tacere, è il primo atto di sovversione che una donna può compiere. Non dimentichiamo che la polis, culla della civiltà occidentale e modello di un agire politico come sfera propria della libertà, nasce escludendo le donne di tutte le classi sociali. Nessuna donna greca poteva prendere la parola e partecipare alle decisioni prese nell’agorà e questa proibizione sanciva la loro irrilevanza sociale.

    Dunque, il primo passo verso la libertà, l’atto di ribellione per eccellenza, è per le donne dire fino in fondo ciò che esse pensano. La Parola è lo strumento cardine della filosofia che deve indagare ogni aspetto della condizione umana.

    “Senza le parole …. io non sarei nulla”.
    “Se non posso dire, se non so dire, ciò che tanto amerei dire non ha senso e il non senso mi decompone”.
    “Fintantoché si hanno le parole, è possibile ritrovare il cammino di tutto ciò che fa vivere. Se per disgrazia, le parole vengono a mancare… si è veramente perduti come prigionieri senza mezzi di esistenza.
    (da Paedophilia ou l’amour des enfants).

    Per Leclerc, la privazione della parola interrompe o meglio impedisce la costruzione della propria soggettività e dunque il percorso verso la libertà. La parola di donna è quanto mai necessaria e insostituibile per dire che le donne non sono uomini e non vogliono sottomettersi alle leggi della guerra. Questa parola nuova incarnata nel corpo delle donne ha al contempo per Leclerc una funzione salvifica: è una parola di luce cui la filosofa attribuisce il potere di disfare il male che gli uomini fanno, ci fanno, si fanno. Ma la parola, per compiere fino in fondo il suo compito, deve essere scritta:

    “Se scrivo, è proprio perché cerco come giungere fino a te, te che non hai volto e che nonostante ciò io cerco. Se non scrivessi mi sembrerebbe di non vivere veramente”
    “Sono io che scrivo perché ho bisogno di te per essere me, per compiere ciò che deve essere compiuto. Nascere, crescere, divenire, morire.”

    Filosofia pura radicata nel corpo! La centralità della parola e l’aspirazione incoercibile alla scrittura sono il perno attorno a cui ruota il testo: solo la scrittura consente di vivere di più nella nostra dimora terrena o come ha scritto in L’amour selon Mme. de Renal “Alors, le cahier, c’est la vie qui dure!”

    PS. Dedico a mia madre queste poche righe perché è ancora presente in me il dolore provato quand’ero bambina e sentivo mio padre pronunciare l’antica ingiunzione ‘Zitta, tu’. Ho fatto politica per tanti anni per dare a lei e a me le parole per dirci.