• IL MITO DI LUCREZIA E L’IDEA DI REPUBBLICA

    Pubblichiamo un commento di Luciana Piddiu sulla figura di Lucrezia. La sua vicenda sembra proporsi, nell’antica Roma,  come fondatrice dell’idea di repubblica.
    L’articolo è uscito presso il blog di Arnaldo Testi Short Cuts America che ringraziamo.

     

    LUCREZIA, di Luciana Piddiu

    Nella sua riflessione sul libro di Silvia Panichi “Roma antica e la nuova America”, Arnaldo Testi sottolinea come nell’opera di Britten “The rape of Lucretia” il figlio di Tarquinio il Superbo tratti l’intera città ‘come se fosse la sua puttana’, facendone il suo ‘bordello’.L’azione rivoluzionaria che determina la fine della monarchia e l’inizio della gloriosa repubblica romana si configura come l’opera di uomini virtuosi in lotta contro chi, privo di qualunque moralità e rispetto, ha violato una giovane sposa, innocente e ingenua, presa a tradimento dentro le mura della sua stessa dimora. La miccia della ribellione è stata dunque lo stupro di Lucrezia. Privata del suo onore, essa si toglie la vita chiedendo agli uomini della sua famiglia, al padre e al marito, di essere vendicata.

    Il suicidio di Lucrezia, rappresentato in numerose opere pittoriche, negli anni compresi tra il Quattrocento e il Cinquecento, assume agli occhi di un pubblico colto, come sottolinea Silvia Panichi, un doppio significato etico: da un lato testimonia la castità e il pudore della giovane sposa, dall’altro si configura come necessario fondamento di moralità nelle istituzioni pubbliche. E tuttavia, mentre Lucrezia, per ristabilire il proprio onore macchiato, sacrifica se stessa togliendosi la vita, i suoi familiari decidono di lavare nel sangue l’offesa subita e fondano la Repubblica. Dunque, si interroga Testi, la Repubblica o meglio l’idea stessa di repubblica, è dunque un’idea maschile? In quel particolare contesto storico la risposta non può che essere affermativa.
    Non si può dar conto del gesto di Lucrezia se non si valutano con attenzione alcuni indizi fondamentali. Un primo indizio lo troviamo nei versi del poemetto di William Shakespeare, pubblicato a Londra nel 1594, in cui si narra la storia di Lucrezia. Si presenta quasi come un atto d’accusa nei confronti del marito:

    “Perché divulga dunque Collatino
    la gemma che celare anzi dovrebbe
    a orecchie ladre, essendo lui il padrone?”

    Sul significato di queste parole non possono esserci fraintendimenti: si dice a chiare lettere che la sposa è proprietà del marito. Come prima delle nozze lo era del proprio padre. Del resto, ancora oggi, nelle cerimonie nuziali il padre accompagna la sposa per poi consegnarla -in un vero e proprio atto simbolico di scambio- al futuro sposo.
    Il secondo indizio ruota intorno al concetto di onore. Nel sistema sociale patriarcale la giovane donna, la ragazza, è garante dell’onore di suo padre e dei fratelli. Per questo deve essere protetta dagli sguardi maschili estranei alla famiglia, per questo deve mantenersi pura e integra evitando ogni contatto o avvicinamento con l’altro sesso. In una parola deve preservare e custodire gelosamente la sua verginità come il bene più prezioso. La ritrosia, lo sguardo tenuto basso, il pudore sono tratti distintivi essenziali di questo atteggiamento.
    Più si mostra pudica e vergognosa, più padre e fratelli potranno andare a testa alta, fieri di sé, come si conviene ai veri uomini d’onore.
    Una volta maritata la ragazza esce dalla tutela paterna e diventa garante, da quel momento in poi, dell’onore del marito. Il corpo femminile è il tabù non confessato nel quale trova radice l’essenza della virilità nella comunità dei maschi. L’uomo che non è capace di tenere a bada le sue donne, moglie, figlie, sorelle è come se non fosse un vero uomo.Tale è il ‘disonore’ che ricade su di lui nel caso di perdita della verginità da parte della giovane non ancora maritata, o di tradimento da parte della moglie, o di stupro per mano di un estraneo che solo il sangue può lavare l’onta e ristabilire l’onore perduto. Del resto il delitto d’onore, ancora largamente presente in molti paesi del mondo, è la testimonianza viva di questa mentalità patriarcale.

    Nel caso di Lucrezia, assistiamo all’interiorizzazione di questo punto di vista, alla sua piena accettazione: Lucrezia, violata brutalmente da Sesto Tarquinio, toglie al marito e al padre l’onere doloroso di essere uccisa, ma col suo gesto rivela al mondo che lei si considera ancora una loro proprietà e per questo chiede di essere vendicata. Certo, ha mostrato un grande coraggio e una grande determinazione ma è ancora sottomessa a un sistema di valori che nega alla donna la sua autonomia, la sua soggettività come persona, il suo diritto ad abitare lo spazio pubblico. Se la donna è solo un’appendice dell’uomo, per quanto amata, vezzeggiata, considerata non potrà ambire a grandi imprese, potrà solo sostenere quelle del suo compagno, custodendo adeguatamente la casa e la prole e aspettando docile il ritorno del guerriero.
    L’eroina, la cui determinazione è stata esaltata nelle diverse rappresentazioni nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, ci svela oggi lo sguardo maschile sul potere e sulla cosa pubblica, che sul corpo delle donne gioca la sua battaglia. Articolo di Piddiu sul tema della nascita: clicca sopra)

  • LA PASSIONE FILOSOFICA E IL FEMMINILE secondo ANNIE LECLERC

    Pubblichiamo questo testo di ANNIE LECLERC intitolato originariamente “Parlerò anche di me”
    (tradotto da Luciana Piddiu),
    preziosa testimonianza sulla passione filosofica,
    sulla parola delle donne e sul femminile.
    Di Leclerc, oltre ad alcuni libri come
    La parola delle donne,
    è uscito Della paedophilia e altri sentimenti
    (Editore Malcor D’) che ha suscitato
    un interessante dibattito.

    Parlero’ anche di me

    Il mio modo di filosofare non si separa, o tende a non separarsi dalla necessità di esprimere ciò che vivo, ho vissuto, sento. Voglio mostrare che il pensiero ha origine sempre in un corpo, in un’esperienza, in una sensibilità, in un’epoca e evidentemente in un sesso. Sono caduta nella filosofia come Obelix nella sua pozione magica.
    Prima ancora di conoscerla, ero in qualche modo predisposta: le circostanze, un certo ambiente, la mia famiglia. A casa mia si parlava molto, si amava riflettere. Io avevo proprio questa attitudine. Nella mia scrittura ho continuamente cercato di render conto del modo in cui il pensiero si forma, di inseguire le tracce della riflessione quando è all’opera nella vita, di tracciarne la genesi nella carne viva dell’esperienza.
    Quando ho scoperto i testi di filosofia, ho pensato che non ne sarei mai uscita, e questo è un dato di fatto: non sono mai uscita dalla lettura dei filosofi. Ma è per ragioni filosofiche che scrivo cose che talvolta sono un saggio, talvolta letteratura o poesia. Per le stesse ragioni ho il diritto e la possibilità di mescolare tutto. Alcuni parlano di confusione, io di convergenza.
    La passione filosofica: interrogarsi in quanto esseri umani nel mondo. Questa passione scaturisce dal desiderio di verità. Ma questo desiderio di verità ne contiene un altro: quello di accrescere la vita, di renderla più intensa, più generosa, più feconda.
    Quando insegnavo filosofia – cosa che ho fatto a lungo – mi sono sempre meravigliata al primo incontro con gli allievi. Trovavo sconvolgente la loro emozione nell’incontrare per la prima volta la loro insegnante di filosofia. Le gote soffuse di rossore, una sorta di commossa palpitazione. Trovavo tutto questo magnifico!
    Nel corso dell’anno, questo appetito, questo straordinario desiderio finiva per essere deluso. Perché? Perché c’era un programma da seguire, argomenti da trattare, gli obblighi dell’istruzione. Nel momento in cui chiedevano di diventare adulti attraverso il pensiero e la vita, si rifilava loro un “sapere”. Tentavo di fare diversamente: di sollecitare sempre la riflessione. Ma non è cosi evidente.
    L’insegnamento della filosofia, in sé, pone un problema. Anch’io sono andata incontro alla stessa delusione. Come se ci fosse una propensione nefasta della filosofia ad allontanarsi sempre da ciò che la fonda: il desiderio di vivere, di rappresentarsi le cose, di arricchirle, di fecondarle.
    In effetti la filosofia non può sfuggire a questa contraddizione. Essa elabora dei concetti, sviluppa astrazioni, si separa di netto da ciò che l’ha portata all’esistenza, vale a dire dall’esperienza, dalla carne, dai corpi, in una parola dalle donne. Con la stessa dinamica, la filosofia giunge a farsi sistema, elabora concetti, e forse non può fare altro che staccarsi dal corpo, dalle donne, dal godimento…
    Ma è lavoro filosofico anche quello di tentare sempre di riportarla sulla sua strada, nella sua carne. Alcuni filosofi l’hanno fatto, alcuni grandissimi pensatori – che sono altra cosa rispetto ai costruttori di sistemi – immensi pensatori che mi hanno segnata. Li ho adorati al punto da scrivere loro lettere d’amore… Penso a Jean-Jacques Rousseau, a Nietzsche: persone che hanno sempre cercato di ricondurre la filosofia dentro la vita.
    Mi sono messa a scrivere, spinta dal desiderio di pensare. E’ la filosofia, piuttosto che il mio essere donna, che mi ha portato a scrivere. Volevo dimorare nella vita, scrivere a partire da me, dalla mia carne particolare, dal mio essere particolare che non è “la donna” nel senso dell’eterno femminino, o “essenzialista”, del termine, ma che è donna in senso biologico, sociale, culturale. Io ho un mio modo di essere al mondo, e ho scritto a partire da questo.
    E’ proprio attraverso questa esperienza, che appartiene esclusivamente a me, che vedo le cose in un certo modo; ma le cose sono allo stesso tempo i valori, il senso della vita che io mi rappresento. Perché pensare se non per essere saggia, offrire agli altri una parola condivisa e che riguarda tutti gli esseri umani? Questo mi ha portato a una sorta di principio fondamentale: se si parte dall’esperienza della vita, se si cerca di introdurre la riflessione a partire da questa esperienza, da dove si deve cominciare? E su cosa bisogna fondarsi?
    Bisogna fondarsi su ciò che è buono, le piccole cose che, nella vita, possono essere annoverate nell’ordine del godimento o della gioia – persino le cose più insignificanti ! Quando la vita ci invia un segno, quando la nostra carne dice si, cosa ci vuol dire? Che questo qualcosa vuole che noi ci facciamo della filosofia.
    Essere femmina, crescere, avere dei seni, ma anche le regole – non se ne dispiaccia Simone de Beauvoir – essere incinta, mettere al mondo una creatura, sono gioie stupefacenti, di cui non si conosce il senso profondo. Perché, quando sento un esserino che spinge dentro di me, una nuova vita in me, provo una specie di euforia? L’euforia è muoversi a un palmo da terra. E’ altresì evidente che ci sono anche esperienze negative. Si potrebbe cercare di capire che cosa queste esperienze vogliono dire – e certamente vogliono dire qualcosa.
    Capita che ho vissuto il mio corpo, queste esperienze del corpo come felici. E mi sono chiesta: qual è il senso di questa gioia? E cos’è quest’ombra dentro il godimento? Poiché tutti i godimenti hanno qualcosa di oscuro. Richiedono di essere spiegati, resi comprensibili, per consegnarci il loro succo, il loro senso, e questo succo attiene alla filosofia.
    Ho scritto così Parole de femme. Non si sapeva dove piazzarlo: è un saggio? È filosofia? È poesia? E’ tutto questo, e per me non fa alcuna differenza che non si sappia come catalogarlo!
    Più andavo avanti, più mi dicevo: ma si, faccio della filosofia. A modo mio, mi occupo di tutto ciò che è passato sotto silenzio, e i più grandi fanno proprio questo: sono un pochino pretenziosa!… La prima ingiunzione che viene fatta alle donne è: stai zitta tu! Occupati dei bambini, accompagnali all’età adulta, soprattutto fanne dei maschietti, forgia dei soldati. Tuo compito è di metterli al mondo, nutrirli, educarli a dovere, e tacere. E’ questa la ragione per cui avevo intitolato il mio libro Parola di donna poiché il primo atto di sovversione, forse il più importante, è prendere la parola. La prima ribellione è dire fino in fondo ciò che pensano. Sono dell’opinione che esse pensino molto di più di quanto non dicano.
    Ora, basta! Bisogna che esprimano il loro pensiero e che non si accontentino – cosa che rimprovero al femminismo anteriore al mio – di autocommiserarsi, di dire che le donne non hanno buon gioco in questa partita.
    Prendere la parola è impegnarsi a dire ciò che si pensa. Di tutto: degli uomini, delle donne, della divisione dei sessi, della vita, della morte, della giustizia, della violenza, della guerra. Non solo enunciare, ma analizzare. Il ruolo primario della filosofia è quello di interrogare ciò che sembra scontato per via di un’abitudine consolidata. E’ là che la filosofia è sovversiva, quando dice: attenzione! Voi pensate: è cosi. Ma perché?
    Vado a enunciare tre grandi questioni che mi sono sembrate le più importanti.

    Prima questione. Da dove viene la divisione dei sessi che si ripropone costantemente? e le sue definizioni basate sulla filosofia essenzialista che ci dicono: un uomo deve fare questo, una donna quello? Divisione che attraversa tutta la storia dell’umanità, tutte le culture e le civiltà. Bisogna chiedersi il perché di questa divisione, di questo scarto.
    Seconda questione. Perché, perché ripeto, questa costante della dominazione maschile? E a tal proposito avrei delle osservazioni da fare non soltanto a Simone de Beauvoir ma anche, perdonatemi, a Pierre Bourdieu. Nel caso di Simone de Beauvoir è molto semplice, si tratta di “natura”: gli uomini sono più forti e hanno una tendenza naturale, una specie di potere naturale che va accrescendosi e sviluppandosi da sé. La dominazione maschile è effettivamente una costante ricorrente nelle varie civilizzazioni. Si dice che gli uomini hanno più valore delle donne, che un uomo vale più di una donna, che gli uomini sono capaci di fare più cose delle donne. Questa esclusione delle donne da ambiti prestigiosi come l’arte, la religione, la filosofia o la politica esige di essere indagata.
    Quanto “all’alienazione femminile” voglio vederci chiaro. La tua suocera che dice ciò che ha da dire nel suo angolino, non ha sicuramente in testa meno pensieri, e se la vai a cercare, ha cose formidabili da dire. Tutto il mondo ha bisogno di questa parola di donna.
    Terza questione, pressante. Perché questa bizzarria incredibile della specie umana, la violenza? Le torture, le violenze sessuali, i massacri, gli stupri di donne e bambini, e ovviamente la guerra? Ma che è tutto questo? 
 Ho cercato dei testi che mi parlassero della guerra. C’era un certo Gaston Bouthoul… ma era veramente piatto. Nemmeno una parola su questo fenomeno che è davanti ai nostri occhi, si può quasi mettere sul tavolo: violenze sessuali, massacri, torture, deportazioni… Non sopporto quando qualcuno mi dice: la guerra ? Le cose vanno cosi, gli animali sono cosi. A dire il vero, gli animali non sono affatto cosi. Non basta denunciare, occorre invece darsi da fare per capire. Non se ne sa niente, ma non è che non se ne saprà mai niente per il fatto che non se ne sa niente!

    Dunque, la storia comincia proprio ora. Siamo solo all’inizio. Comprendere non vuol dire perdonare, ma sforzarsi di uscire dall’ineluttabile. Quanto alla liberazione delle donne, significa che le donne devono avere voce in capitolo. Del resto le donne hanno cominciato, ma non vengono quasi capite. Ci sono state donne eccezionali nel secolo scorso: Hannah Arendt, Simone Weil, che si sono occupate esattamente di quest’ultimo problema, la guerra, la violenza. Grandi pensatrici non ancora apprezzate per il loro valore. Bisogna continuare. Dare spazio alla filosofia delle donne. E’ proprio questo che ci è mancato di più.