• FIGURE DEL PADRE IN OZU

    Segnaliamo l’uscita del libro di DAVIDE BERSAN
    Figure del padre in Ozu

    (Polimnia Digital Editions, 2020)
    in cui la filmografia del celebre regista giapponese viene esplorata
    a partire dalla funzione che il padre assume in ciascun film..
    Il libro è dunque anche un attraversamento delle tematiche tipiche
    di questo grande regista che ha saputo testimoniare, nel passaggio tra  due epoche,
    l’intreccio tra la vita interiore
    e lo scenario storico.
    Una lieve soggettività si affaccia in ciascun personaggio
    e pare raccontarci qualcosa
    della nostra attualità.
    Per Bersan, come racconta nell’Introduzione,
    tutto incomincia con il film  C’era un padre (1942)…

    Riproduciamo di seguito un brano dall’Introduzione di Davide Bersan

     

    Se mi chiedessi che padre ne esca da questa trattazione sulla filmografia ozuiana, risponderei che si tratta piuttosto di “padri”, di figure multiple e sfaccettate che presentano quindi caratteristiche variegate. Occorre tutta- via sottolineare che c’è un’evoluzione piuttosto evidente nel corso degli oltre tre decenni in cui Ozu si esprime con i suoi film e che differenzia il padre del primo periodo, ad esempio, dal padre che vediamo raffigurato nelle opere del dopoguerra. Un altro elemento importante è l’identificazione del padre ozuiano in maniera sempre più insistente a partire dal film C’era un padre del 1942, con l’immagine e il volto dell’attore Kishu Ryu che assume sempre di più i connotati di una figura archetipica di padre su cui Ozu continua a lavorare, cesellandola fin nei minimi dettagli per farla corrispondere a una sua propria idea. Lavoro che culminerà nella figura di Hirayama de Il gusto del sakè, del 1962. È noto infatti il suo perfezionismo e il suo chiedere agli attori di adeguarsi in toto ad una sceneggiatura già predisposta senza alcuna libertà di espressione spontanea.

    Dalla carrellata di figure del padre in Ozu emergono, a parer mio, alcune caratteristiche sopra le altre e volendole definire in tre espressioni sintetiche parlerei di umanità, di moralità (ben differente dal moralismo) e di trascendenza. Il padre dei primi film è tutto sommato molto umano perché, oltre ad essere caratterizzato dalla vicinanza e dall’affetto verso i propri figli, ne sono molto evidenti i limiti e i difetti e forse anche per questo sembra a volte mancare di autorevolezza ed è spesso criticato e contestato dai figli stessi. Occorre sottolineare tuttavia che ciò non inficia il suo rimanere modello e punto di riferimento per loro, mantenendo la distanza simbolica dovuta alla differenza generazionale. E consentendo anche il ridimensionamento degli aspetti di grandiosità così come la trasmissione della legge e del desiderio.
    A partire da C’era un padre la sua figura è altrettanto umana ma ha uno spessore diverso, una propria incontestabile dignità, un onore che non è di tipo sociale, o almeno non solo, ma interiore e spirituale. In ciò diventa il testimone di un Oltre e la sua parola acquista una rispettabilità particolare agli occhi del figlio. Si tratta dell’Oltre e di una trascendenza che riguardano i valori di una tradizione secolare che ancora palpita nei cuori e negli sguardi, nella devozione dei figli verso i padri e nel sacrificio dei padri perché i figli trovino la propria strada nella vita e perpetuino il ciclo delle generazioni.
    Il figlio di Horikawa, Riohei, in C’era un padre si sente riconosciuto dallo sguardo paterno e si rispecchia nel suo desiderio ma deve subire il rifiuto del padre di riprodurre indefinitamente tale sintonia di rispecchiamento. Riohei deve continuare a lavorare lontano da lui, seguire la sua strada e dare il meglio di sé nella sua professione di insegnante… Per lui si tratta di vivere ancora un’altra separazione dall’amato padre dopo aver vissuto molti anni in un’altra città senza la possibilità di incontrarsi. Ma Horikawa è fermo nel suo proposito e sa che è per il bene del figlio questa distanza. La sua presenza sarà reale anche da lontano e il suo essere punto di identificazione simbolica per il figlio agirà in suo favore attraverso il lavorio di una memoria grata e consapevole.
    Nel dopoguerra in un contesto di crisi progressiva e ineluttabile dei valori tradizionali anche il padre ne risente e la sua figura assurge a baluardo di una parola cui occorre rivolgere l’ascolto, come ultima istanza, come avviene per il padre di Le sorelle Munekata. Ma è nel padre di Tarda primavera che riconosciamo l’autorevolezza unita alla delicatezza che egli mette in campo per convincere, ma sarebbe meglio dire “costringere” la figlia a lasciarlo per seguire la propria strada. In lui agisce ora l’amore del padre che “separa”, colui che facendo valere la sua funzione e la legge che lo caratterizza imprime una ferita al figlio (alla figlia in questo caso e ciò non senza ferire profondamente anche sé stesso), unico modo per introdurlo nella libertà e trasmettergli il suo desiderio, ovvero l’energia per ripartire da una propria ritrovata soggettività, ormai emancipata dai seducenti legami della simbiosi.
    In un contesto sociale che sta vivendo un profondo mutamento la parola del padre viene a volte contestata o irrisa ma non ha perso irrimediabilmente e completamente il suo peso e la sua autorevolezza. Anche il padre vacilla, certo, come tutto il resto ma il suo compito rimane. In effetti non può venire meno, pena lo sfilacciarsi di tutto l’ordito che tiene insieme il tessuto umano. Il suo vacillare cerca consolazione nel sakè, ma ne viene tradito e ricacciato verso un’angoscia carica di vuoto che tende a dilatarsi oltre ogni limite. Vuoto che pare coincidere con l’esperienza del mu, simbolo appunto di vacuità e di privazione, cardine del pensiero zen e stella polare dell’uomo Ozu che l’ha voluta anche come unica parola scritta sulla lapide dove sono riposte le sue ceneri, a Kamakura. Come viene rappresentato nel “film-pellegrinaggio” Tokyo-ga di Wenders l’ideogramma mu vi sostituisce infatti qualsiasi riferimento anagrafico alla persona del regista.
    L’ultima immagine del padre ozuiano è quella di un uomo che non può recedere dal proprio posto ma non ha in sé il proprio fondamento, la propria consistenza. Ecco che allora si erge come testimone di un Altrove che segretamente invoca e supplica. È un padre che nel suo incedere è a tratti vacillante, anche per il troppo sakè ingurgitato, ma non è vacillante per quanto riguarda la direzione fondamentale da seguire. In questo si trova solo, vive una solitudine abissale, spaventosa, vertiginosa ma forse per questo è ancora in grado di indicare quell’Oltre e in ciò si fa segno vivente anche se forse non pienamente consapevole di una trascendenza a cui tendere, anelare, cercare e poi alla fine poter anche ritrovare come quieta dimora.
  • LA CIVILIZZAZIONE POST-EDIPICA secondo SAFOUAN

    Pubblichiamo l’introduzione di Moustapha Safouan al suo libro La civilizzazione post-edipica (2017)  edito da Polimnia Digital Editions, casa editrice digitale che si sta affermando, tra l’altro, per  la pubblicazione di testi psicoanalitici  e clinici di rilievo.
    La traduzione (ottima) è di Gabriella Ripa di Meana.
    Safouan, nato nel 1921, è uno degli ultimi alievi viventi di Lacan.
    Introduzione

    Gli anni 1970, quelli del divorzio, della pillola, della legalizzazione dell’aborto, del femminismo, della FIV, della mondializzazione, della deregolamentazione del capitale, ecc., hanno cambiato profondamente la struttura della società occidentale tanto che la psicanalisi non ha più potuto occuparvi il posto che aveva prima. È così che in un articolo premonitore apparso in « Le Nef » nel 1967, Guarire con Freud, Nacht scrive : “Depressi e caratteriali sono i casi che oggi osserviamo più spesso. Hanno preso il posto delle nevrosi tipiche – ossessivi o fobici, per esempio – alle quali si applicavano i metodi messi a punto e rigorosamente definiti da Freud”. Nel corso dello stesso decennio, Pierre Marty ha pubblicato un libro in cui dedica pagine eccellenti a quella che definisce la «depressione essenziale », diversa dalla depressione semplicemente nevrotica.
    Quanto a Lacan ha più di una volta sottolineato che la psicanalisi non ha posto in una società in cui è stato perduto il valore della tragedia, e che il nome del padre inevitabilmente perderà il suo senso una volta che la paternità sarà ridotta al compito dei donatori di sperma.
    Peraltro, abbiamo avuto diritto nel corso di questo decennio ad alcuni contributi preziosi, o meglio magistrali, i cui autori erano spesso donne, come F. Dolto, M. Sechehaye e J. Macdougall in Francia, J. Fontaine e I. Macalpine nei paesi anglofoni ; la qual cosa non ha nulla di sorprendente, dato che nel decennio 1970 i movimenti femministi sono stati particolarmente vigorosi e animati in quasi tutto il mondo.
    Tuttavia, non per caso, Lacan ha parlato nel 1974 della psicanalisi come di una disciplina che, avendoci consentito di prendere la giusta misura di ciò che lui ha definito il parlessere, ormai aveva fatto il suo tempo. 
 Perciò attualmente, salvo qualche rara eccezione, si è colpiti dalla quantità di gergo pubblicata – sia a cura dei gruppi lacaniani sia delle società affiliate all’internazionale – sotto la voce dedicata alla letteratura psicanalitica. Per non parlare della rottura di ogni scambio tra la psicanalisi e le scienze umane. Si direbbe che le porte della creatività concettuale siano sbarrate. Dipende forse dal fatto che la psicanalisi è una disciplina chiusa come la logica aristotelica? Oppure è la scomparsa dell’Edipo ad avere inaridito le fonti di tale creatività? 
    Comunque, qualunque siano le loro divisioni, tutte le istituzioni psicanalitiche oggi si confrontano con il problema del posto dell’analista, in un mondo in cui Google è diventato il confessionale e lo psicanalista del XX secolo.
    Questo libro costituisce, appunto, un tentativo di rispondere a tale problema. La sua prima parte si compone di tre capitoli. Uno tratta della questione della parentela, in quanto unisce i membri della società sul piano dell’essere, ma ne interdice l’unione sul piano del sesso. Il secondo prende in esame la funzione socializzante della famiglia. La mia tesi è che il complesso di Edipo costituisce in linea di massima la colonna vertebrale di tale socializzazione. Il terzo capitolo affronta la civiltà agricola e il suo contributo all’invenzione dell’arte e dell’architettura, con ciò che ne deriva. Per esempio: la costruzione della casa come quella del tempio e, da quel momento in poi, l’autorità accordata al padre come capo famiglia.
    La seconda parte del libro descrive la trasfigurazione del capo in donatore di sperma e il tipo di famiglie che hanno fatto ricorso alla FIV con gli interrogativi dei loro figli a proposito delle proprie origini. Si tratta di un vero e proprio commercio che non ha nulla da invidiare a quello dei cereali. È un commercio riservato alle persone che ne hanno i mezzi: in particolare nel caso delle coppie gays, le quali devono pagare il prezzo di un ovulo (più elevato di quello dello sperma), oltre agli onorari della madre portatrice. Due capitoli sono stati dedicati al mercato e alla sua filosofia.
    La terza parte comincia con un capitolo che mira a demistificare la nozione dell’individuo, che gioca un ruolo fondamentale, per non dire assiomatico, nel pensiero liberale. Il capitolo seguente è dedicato alla società e all’individuo. Viene descritto il ribaltamento, dovuto al neoliberalismo, del rapporto tra questi due termini. In altri tempi, l’individuo era considerato un’entità amalgamata nella società, in cui si sviluppava sostenendosi sul riconoscimento del nome, della religione, della nazione, ecc. Invece, dal neoliberalismo l’individuo è stato costruito come un’entità autonoma che ha il diritto di scegliere sovranamente, tra le altre cose, il proprio sesso. E qual è stato il risultato? A mio parere, un’ammissione di ignoranza. Gli uni si sono definiti trans, altri né… né, altri ancora, i due simultaneamente, per non parlare dell’X che figura sui passaporti di certi paesi come una possibile opzione in materia.
    Ma allora come si svolge l’esercizio effettivo della sessualità? La risposta è che le donne, le quali sognavano una vita condivisa con l’uomo del loro destino, hanno dovuto ricredersi per lasciarsi andare a un edonismo in qualche occasione pornografico a cui hanno tentato di dare un po’ di lustro qualificandolo di responsabile. Tuttavia l’accoppiamento ha suonato come un cattivo scherzo che hanno finito per abbandonare.
    E gli uomini? Notiamo, tra l’altro, che la molestia alle donne da parte dei loro compagni di sesso maschile nei campus universitari ha preso delle proporzioni tali da obbligare l’Università, ossia lo Stato, a intervenire. La soluzione che hanno trovato consiste nello stabilire dei contratti di servizi sessuali firmati dall’uomo e dalla donna, precisando il genere di servizio – attivo o passivo, succhiare o essere succhiato, picchiare o essere picchiato – che ciascuno si aspetta dall’altro.
    Nel suo libro sul suicidio, Durkheim dedica pagine notevoli all’analisi di Jeremy Bentham a proposito dell’idea di felicità per il maggior numero possibile, con il calcolo edonista basato su di essa. La sua descrizione ricorda in modo sorprendente quella di Freud del concetto di pulsione. Lasciata senza una legge che le assegni un limite, la ricerca del piacere – sostiene l’eminente sociologo – non può che consegnare l’uomo a una ripetizione infinita, in una sorta di incontri che non trovano mai il loro oggetto. Si installa così uno stato di anomia, che tende a diventare particolarmente intenso nei periodi di abbondanza.
    Se aggiungo a questa analisi il richiamo al principio del diritto alla felicità e all’amore che impregna la cultura delle masse, tendo a pensare che il neoliberalismo abbia ancora un bell’avvenire davanti a sé malgrado i suoi effetti negativi e che la cura attraverso la parola non possa che estinguersi nella civiltà del mercato – civiltà di domanda e non di desiderio.

    13 agosto 2017