• BIOPOLITICA DELL’EPIDEMIA. SUGLI ANZIANI E I NONNI

    La vicenda dell’epidemia è un esempio eccellente della visione biopolitica, costretta a gestire l’equilibrio tra la vita e l’economia, tra la salute umana e il profitto.
    In questo equilibrio emerge una sorta di lapsus mortifero: la vicenda degli anziani, dei “nonni” e di coloro che affollano le case di riposo.
    Secondo alcuni è stata una strage. Che dimostra, tristemente, come l’idolo
    del consumismo e del benessere dismetta e mortifichi quel debito simbolico indeludibileche è dovuto verso coloro che ci hanno preceduto.

    L’articolo di GIANCARLO RICCI è uscito il 5 maggio 2020 sul Blog di TEMPI

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           Per proteggerci dalla pandemia, ci siamo isolati, abbiamo preso dimestichezza con la solitudine e l’isolamento sociale. Il tempo cronologico pare essersi fermato, la ruota del tempo si è rallentata o forse, come ciascuno ha sperimentato, sembra essere uscita dal suo asse. “Il tempo è fuori dai cardini; ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto”, recita l’Amleto di Shakespeare.
          Come pensare il dopo? Come riportare la ruota del tempo nel suo asse naturale? Come immaginare l’avvenire se ancora il virus sembra non averci dimenticato? Questi interrogativi si moltiplicano, così come l’inquietudine.
          Mai come oggi si delinea a più livelli, nettamente e concretamente, un disegno che prima della pandemia operava silenziosamente nella società: la biopolitica. Oggi quel silenzio è diventato un grido di sconforto e di indignazione. Solo ora, per esempio, la società si accorge – è l’OMS a ricordarlo – che il virus in Europa ha colpito mortalmente, per il 50%, gli anziani che vivevano nelle case di riposo. Forse un po’ di trascuratezza c’è stata, affermano coloro che voltano lo sguardo dall’altra parte. In realtà tanti morti nelle case di riposo assume il senso tragico di un lapsus della biopolitica. Volevano proteggere gli anziani ma in realtà è accaduto il contrario: il “proteggere” è diventata una “strage” sistematica, per alcuni addirittura un “massacro”. Parola terribile, quest’ultima, perché evoca un’altra parola altrettanto orribile che è “eutanasia”. Non possiamo crederci. Eppure quale migliore esempio per evocare il funzionamento nefasto di un programma biopolitico che pretende di imporre i propri criteri di valore e di utilità alla vita umana?
         Credere di gestire la vita altrui in nome del profitto, di quel bene materiale che è ritenuto alimentare l’esistenza e la sussistenza umana, diventa un’ideologia perché appiana le differenze, promuove criteri di valore arbitrari, attua sommessamente una “leggera” discriminazione che rischia di scivolare verso vere e proprie forme di segregazione. Il tutto – conosciamo il ritornello – evidentemente per il Bene Comune.
         Non possiamo fare a meno, proprio in questo tempo chiamato Fase Due, di interrogarci intorno alla segregazione e al suo funzionamento. Vi sono diverse forme di segregazione. Ricordiamoci che la biopolitica è sempre all’opera e macina tutto, è onnivora. Ecco allora che dopo la “strage degli anziani” si ipotizzano criteri che possano “tutelare” gli anziani (quelli rimasti). E che cosa esce dal cappello se non un’altra forma di segregazione? Isoliamoli, teniamoli in base all’età ben chiusi in casa, così non si contageranno. Così ragiona la biopolitica con i suoi parametri ritenuti statistici, con il suo intento di riformulare una prossemica sociale, con il suo atteggiamento apparentemente “altruista”, con la sua congenita ispirazione a gestire la “salute pubblica”. Un Comitato di Salute Pubblica, capitanato da tali Danton e Robespierre, era sorto ai tempi della Rivoluzione Francese e imponeva la sua pesante sorveglianza sul potere esecutivo. Pesante era la “sorveglianza” come la lama ben tagliente che cadeva sul collo dei dissenzienti. Oggi per fortuna i tempi sono cambiati; di “pesante” rimane solo, per gli amministratori, il conteggio dei costi sociali e della gestione economica del welfare.
    Approfondiamo il discorso. La parola “anziano” contiene l’avverbio antĕa che significa “prima”, e cioè “appartenente a una età anteriore”. Isolare gli anziani, tenerli lontani dalla socialità, neutralizzare il loro valore simbolico assume il senso di escludere dalla vita sociale, in questo momento che esige grande saggezza, coloro che sono “nati prima di noi”.
    Non è in gioco una considerazione di ordine cronologico ma propriamente una questione genealogica. Infatti: se ciascuno di noi nasce necessariamente come figlio, e non può venire al mondo se non in quanto ci sono stati un padre e una madre, quest’ultimi hanno dovuto avere dei nonni. È interessante, e altrettanto decisivo, rilevare come la trasmissione genealogica si svolge in una logica ternaria: nonni, padri, figli. Se nella discendenza formalmente togliete il primo termine (“i nonni”), gli altri due rimangono senza un punto di riferimento fondativo. Questa logica ternaria funziona da millenni. Uno dei suoi emblemi più celebri è quello di Enea che tiene sulle spalle il padre Anchise e stringe per mano il figlio Ascanio. La logica è ferrea: Enea, a costo della propria vita, non può fuggire da Troia senza portare con sé Anchise, suo padre e nonno di suo figlio.  
         Rigorosamente: senza il mito delle origini (“da dove vengo”) che istituisce la nominazione (“il mio  nome è…”), senza il racconto della nostra storia famigliare (“sono stato cresciuto e ho vissuto con…”), il concetto stesso di filiazione vien meno. Infatti rimane esclusa la sua dimensione simbolica, essenzialmente la sua storia genealogica che si svolge lungo la trasmissione di una serie di valori, di istanze spirituali, etiche, culturali. Questa trasmissione che procede dal mito delle origini, dai “nonni”, presuppone un lavoro, quello che Freud, riprendendo un verso di Goethe, amava citare spesso: “Ciò che hai ereditato dai padri, riconquistalo se vuoi possederlo davvero”.
         Come sembrano delinearsi le disposizioni della Fase Due, lasciare “in quarantena” il patrimonio famigliare e sociale dei “nonni”, indebolisce quel senso civile che scaturisce dal confronto con il nostro più immediato passato. Affiora così la presunzione, come annotava Walter Benjamin, di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. In altri termini: ritenere di padroneggiare il presente senza tener conto del patrimonio, individuale e sociale, di quel passato che i nostri anziani incarnano. Come può il progetto di ciò che sarà fare a meno della memoria e dell’esperienza di ciò che è stato? Sarebbe un progetto zoppicante, raffazzonato, miope. Un progetto che invita a marginalizzare il patrimonio di una generazione pur di “dominare il tempo senza aver compreso il passato”. Sarà, di fatto, un dominio fallimentare, incoerente, foriero di altre sventure.
        Certo le precauzioni occorrono e la prudenza pure. Tuttavia si profila un’ottima occasione per interrogarci su qualcosa che pare scontato: che cosa “dobbiamo” agli anziani e ai nonni? C’è qualcosa dell’ordine di un debito, di un dovuto; è un’istanza che trascende ciascuno di noi eppure è immanente alla condizione di esseri viventi, al tempo dell’esistere. Riguarda ciò che ha permesso che noi esistessimo e rinvia, in definitiva, a quell’atto generativo da cui discendiamo. Da quell’atto in poi, grazie ai nostri antenati, abbiamo ricevuto il dono di “entrare” nella temporalità della vita, nel tempo delle generazioni, nel ritmo delle genealogie, nell’alternanza della vita e della morte.
    E ancora: che cosa è la vita se non quel dono che ciascuno, volente o nolente, ha ricevuto, che non può restituire e che non instaura alcun obbligo, alcuna legge se non una legge che tiene insieme le dimensioni dell’etica, della spiritualità e del sacro? Il valore della vita non ha prezzo, e che essa sia irriducibile a qualsiasi equivalente valoriale, negoziabile o scambiabile, ha effetti e implicazioni che istituiscono le fondamenta simboliche dell’umano e della sua comunità. In effetti ogni civiltà è tale in base al modello biopolitico cui si adegua.
        Ma attenzione: gli anziani e i “nonni”, ossia coloro che si confrontano con un’esperienza del vivere prossima a una poetica del compimento, non inseguono necessariamente il mito dell’immortalità o delle varie forme di individualismo narcisistico. Sanno benissimo che vivere è altra cosa dal sopravvivere e che ciò che tiene in vita è il desiderio di trasmettere, di testimoniare, di accompagnare altri lungo l’avventura della vita, di far rivivere una memoria dimenticata. 
    Contro il rischio di un’ulteriore dissipazione, l’esistenza di ciascuno ha un vincolo simbolico verso coloro – non più numerabili e ormai senza più nome – che l’hanno generata. Giustizia genealogica, generazionale, sociale e anche psichica. Conta, come bene prezioso, ciò che il giurista Pierre Legendre esprime in modo sintetico: “La memoria della specie insegna: qualcosa nella vita è più̀ prezioso della vita, essa è il senza-prezzo in gioco nella riproduzione dell’umanità̀. E che annuncia nuovi inizi”.